Tag Archives: uomini

Tu sei una donna che …

11 Mar

“Tu sei una donna che …”, che .. ? Peccato non aver avuto la grande opportunità di sentire il seguito della frase, che il grande esperto islamista Hani al-Seba’i (suscettibile? Pieno di sé?) rivolge alla sua intervistatrice, Rima Karaki, magari ci avrebbe rivelato grandi e profonde verità sul ruolo delle donne nella società. Un vero peccato. Ma possiamo consolarci guardando la sua espressione desolata mentre gli viene tolto il collegamento. Bye bye.

Annunci

Preferisco un mondo senza burqa.

22 Ott

Lo voglio dire, voglio che sia chiaro, a costo di sembrare intollerante: voglio vivere in un Paese dove le donne non sono obbligate ad indossare il burqa. Voglio vivere in una Europa dove le donne possono girare in macchina, con i finestrini aperti, senza avere un velo sul viso, con le mani, le braccia e le spalle scoperte, senza per questo temere di essere sfregiate con dell’acido, da un gruppo di idioti fanatici repressi. Per questo, sto dalla parte dei francesi, e degli artisti del coro dell’Opera di Parigi, che nei giorni scorsi hanno minacciato di interrompere La traviata, se la donna completamente velata seduta in prima fila, non fosse uscita dal teatro, dal momento che in Francia, dal 2010 esiste il divieto di indossare indumenti che nascondono il volto. Non è questione di intolleranza, né di mancanza di rispetto delle culture altrui, è, a mio parere, questione di rispetto dell’essere umano, della propria libertà di movimento, di espressione, di azione. E non nascondiamoci dietro il “consenso”, poiché, come giustamente dice Bernard Henry Levy in un suo intervento del 2010, “lo schiavo felice non ha mai giustificato la fondamentale, essenziale infamia della schiavitù”.

HUFFINGTON POST 17.04.2010

Why I support a Ban on Burqas.

Bernard-Henri Levy is a French philosopher and writer.

People say, “The burqa is a dress, at most a costume. We’re not going to make laws about clothing and costumes.” Error. The burqa is not a dress, it’s a message, one that clearly communicates the subjugation, the subservience, the crushing and the defeat of women.

People say, “Perhaps it’s subjugation, but it’s done with consent. Get it out of your mind that malicious husbands, abusive fathers, and local tyrants are forcing the burqa on women who don’t want to wear it.” Fine. Except that voluntary servitude has never held water as an argument. The happy slave has never justified the fundamental, essential, ontological infamy of slavery. And, from the Stoics to [19th century thinker] Elisée Reclus, from Schoelcher to Lamartine to Tocqueville, all who rejected slavery provided us with every possible argument against the minor added outrage that consists of transforming victims into the authors of their own misery.

People evoke freedom of religion and conscience, freedom for each of us to choose and practice the religion of his or her choice; in the name of what can anyone forbid the faithful to honor God according to the rules indicated in their sacred texts? Another sophism, for — and it can never be repeated enough — the wearing of the burqa corresponds to no Koranic prescription. There is no verse, no text of the Sunna that obliges women to live in this prison of wire and cloth that is the full-body veil. There is not a shoyoukh, not one religious scholar, who is unaware that the Koran does not consider showing the face “nudity” any more than it does showing the hands. And I’m not even mentioning those who tell their congregations loudly and clearly, as Hassan Chalghoumi, the courageous Imam of Drancy, did today, that wearing a full-body veil is downright anti-Islamic.

People say, “Let’s not confuse things! Be careful, drawing attention to the burqa may encourage an Islamophobia — itself a form of racism in disguise — that’s just dying to explode. We closed the door on this racism, preventing it from infiltrating the debate on national identity. Are we going to let it sneak back in through the window in this discussion of the burqa?” Still another sophism, tireless but absurd, for one has nothing to do with the other. Islamophobia — and it can never be repeated enough — is obviously not racism. Personally, I am not Islamophobic. I am far too concerned with the spiritual and the dialogue among spiritualities to feel any hostility towards one religion or another. But the right to freely criticize them, the right to make fun of their dogmas or beliefs, the right to be a non-believer, the right to blasphemy and apostasy — all these were acquired at too great a cost for us to allow a sect, terrorists of thought, to nullify them or undermine them. This is not about the burqa, it’s about Voltaire. What is at stake is the Enlightenment of yesterday and today, and the heritage of both, no less sacred than that of the three monotheisms. A step backwards, just one, on this front would give the nod to all obscurantism, all fanaticism, all the true thoughts of hatred and violence.

And then, people finally say, “But what are we talking about here, anyway? How many cases? How many burqas? Why all this uproar for a few thousand, maybe just a few hundred, burqas to be found in the entirety of French territory, why dig up this arsenal of regulations, why pass a law?” That’s the most popular argument at present and, for some, the most convincing. But in reality, it’s as specious as all the others. For one of two things is true. Either it’s just a game, an accoutrement, a costume (cf. above), if you will, in which case tolerance would be the suitable response. Or else we’re talking about an offense to women, a blow to their dignity, a blatant challenge to the fundamental republican rule — earned at what cost as well — of equality between the sexes. In that case, it is a question of principle. And when principles are involved, the number is of no consequence. Supposing we called into question the laws of 1881 (outlining the fundamentals of freedom of the press and of expression in France) on the pretext that attacks on the freedom of the press have become rare? And, considering the declining incidence of racist or antisemitic attacks, what would we think of someone who suggested the abolition or even the watering down of current pertinent legislation? If the burqa is really, as I am saying, an affront to women and to their secular struggle for equality, it is, moreover, an insult to the women who, at the very hour I write these words, are demonstrating barefaced in Iran against a regime of assassins who claim the burqa among their symbols. This symbol would divide humanity between those of glorious body, graced with no less glorious a face, and those whose bodies and faces are an outrage in the flesh, a scandal, a filthy thing not to be seen but hidden or neutralized. And that is why, if there is even one woman in France, just one, who enters a hospital or the city hall imprisoned in a burqa, she must be set free.

For all these reasons of principle, I am in favor of a law that clearly and plainly declares that wearing a burqa in the public area is anti-republican.

La donna che non deve chiedere, mai.

24 Mag

miss piggy in motoMia nonna me lo ripete da quando sono piccola: «chiedi!», si riferisce a Lui, naturalmente, «devi chiedere! Altrimenti come può sapere cosa vuoi?». Semplice, logico. Un concetto che non fa una piega, però si riferisce sempre e soltanto a Lui, non agli esseri fatti a Sua immagine e somiglianza, per quelli, nessuna esortazione del genere, perché, da quando è nato il mondo e Adamo ed Eva sono stati spediti a popolarlo, la donna, come l’uomo, non deve chiedere, mai. Peccato che l’assioma scritto sulla pietra, abbia un significato diverso nelle due versioni, quella maschile e quella femminile. “L’uomo che non deve chiedere mai” è l’uomo forte, che non ha bisogno di chiedere perché gli altri (e, soprattutto, le altre) conoscono già i suoi desideri, li prevengono, li tengono a mente, sempre, li esaudiscono. “La donna che non deve chiedere mai” è la donna che non deve chiedere, e basta, deve dare, poiché la sua funzione nel mondo, da quando tempo addietro  si è stabilito che sarebbe stata lei a portare in pancia i prosecutori della specie umana, è quella di “dare la vita”, “dare l’amore”, “dare assistenza”, “dare, non chiedere”. Le prime ad essere profondamente convinte di  tale verità, siamo noi donne, con il cervello tappezzato, prima che di poster di Miguel Bosè, Raul Bova, One Direction a seconda delle generazioni, di post-it con le scritte “tu sei nata per dare, non per avere”, “ma cosa pretendi??”, “ricordati di non chiedere”,  e su tutte la grande insegna al neon “il mondo ti darà quello che ti spetta”. Il mondo, invece, è distratto, e bisogna tenerlo a mente. E, a ben guardare, pure gli uomini chiedono, a volte con le parole, altre volte con i comportamenti, ma chiedono, e ottengono. Soprattutto sul lavoro. Per esempio, da una statistica fatta dalla Cassa forense (la cassa previdenziale degli avvocati) è emerso che, in media, le donne avvocato, a parità di età e di esperienza, guadagnano meno rispetto ai colleghi uomini, oibò, e perché mai? Le donne libere professioniste non percepiscono uno stipendio da un datore di lavoro, perciò non se la possono prendere con la disparità di trattamento attuata da un’azienda; non sono previste tariffe differenziate in base al sesso, ops, al genere di appartenenza del professionista. Semplicemente, le donne chiedono un compenso inferiore rispetto ai colleghi, perciò se un avvocato uomo per una prestazione chiede 100, l’avvocato donna, di solito ma non è sempre così per fortuna, chiede 50. Per quale motivo? Perché la donna ha i post-it appiccicati al cervello e la scritta al neon perennemente accesa, che le impediscono di chiedere di più, di pretendere l’adeguato riconoscimento per il lavoro svolto, con l’inevitabile conseguenza, tra l’altro, di compiere una fatica doppia per ottenere risultati soddisfacenti. Senza contare l’amarezza e la rabbia per un mondo che non dà a ciascuno quello che gli spetta, ma dà quello che ciascuno chiede, pretende, esige. E allora, figliola, chiedi!

Cantate inni al Signore.

11 Feb

Farfalla e gabbiaSul fatto che gli uomini venuti dopo Gesù abbiano talvolta interpretato male il suo messaggio, soprattutto nella parte che riguarda le donne, è ormai risaputo. Per molti dei nostri fratelli – uomini di Chiesa, la donna rimane un essere sporco ed immondo, per il semplice fatto, probabilmente, che ad alcuni di loro la sola visione di una donna manda in confusione gli ormoni e, allora, ecco il demonio con tette e sottana, causa del peccato originale. Ma a questo siamo abituati e pure i nostri uomini di chiesa dai tempi dell’Inquisizione hanno fatto un po’ di strada e hanno dovuto abituarsi alle maniche corte dei nostri abiti, ai capelli non velati, alla nostra libertà di espressione, è stata dura ma ce l’hanno fatta, sebbene la donna rimanga per molti, ma per fortuna non per tutti, uomini di Chiesa, una figlia indegna del Creatore.  Non se la passano meglio, d’altra parte, le donne che hanno a che fare con i rabbini ultraortodossi israeliani, uomini che, evidentemente, hanno ormoni abbastanza scombussolati e non pacificati, e così se i musulmani più intransigenti risolvono il problema “tentazione” rinchiudendo le donne in un saio integrale, gli ortodossi risolvono con una serie di prescrizioni- limitazioni- vessazioni- nei confronti delle donne. Qualche giorno fa, una ragazzina di diciassette anni, Ofir Ben-Shetreet, che ancora va alle scuole superiori, è stata severamente ripresa dalla comunità nella quale vive perché ha osato l’inosabile: ha cantato davanti ad una platea di uomini, si trattava in realtà di una platea mista, dal momento che la ragazza partecipava ad un talent di quelli che vediamo tutti i giorni in tv, ma la presenza di uomini è stata determinante, poiché le donne non devono far uscire dalla propria bocca (si potrà dire bocca? O meglio, si potrà nominare la bocca di una donna?Mmmmmhhh, dubito) dei suoni melodiosi davanti agli uomini perché loro, poveri, si turbano, l’ormone non capisce più niente e poi sono guai. Fortunatamente per lei,  la giovane cantante, indossava un abito che copriva gomiti e ginocchia (notoriamente, armi utilizzate da millenni dalle donne al solo scopo di sedurre gli uomini) altrimenti, immagino, avrebbero trovato un modo più efficace per punirla che non la semplice sospensione dalla scuola.

Eppure, in altre occasioni, le donne hanno cantato in presenza di parecchi uomini:

Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze.

Maria fece loro cantare il ritornello:

«Cantate al Signore

perché ha mirabilmente trionfato:

ha gettato in mare

cavallo e cavaliere!».

(Esodo 15:20-21)

Canta Ofir, canta!

Nei panni di una donna.

17 Gen

jessica rabbitIl Procuratore di Bergamo, intervistato sul recente caso di stupro nei confronti di una ragazza nella sua città, ha esortato le donne ad essere più prudenti, ad avere senso pratico e, di conseguenza, a non uscire da sole la sera. Originale. Sono sicura che l’intento del procuratore Dettori fosse sinceramente buono ma, ahinoi, fa capire lo stato di arretratezza nel quale ancora siamo costretti, uomini e donne, a vivere e a sopravvivere, una condizione di certo non degna di un Paese moderno e civile come riteniamo sia l’Italia. Un consiglio del genere si potrebbe accettare in altri contesti: per esempio, nella giungla, dall’imbrunire in poi, è consigliabile non farsi vedere dai predatori notturni; presumibilmente, anche nell’Età della Pietra, per le australopiteche sarebbe stato opportuno rintanarsi nelle caverne al calar del sole, per evitare le attenzioni di qualche australopiteco allupato, ma in un Paese così avanzato da permettersi di esportare democrazia e libertà in altri Paesi considerati sottosviluppati, da avere pompose “commissioni per le pari opportunità”, no, non si può accettare, non si deve accettare, per il semplice motivo che vivere, anche quando è sera, è una necessità, ed è una manifestazione di libertà, per gli uomini e per le donne. Ma gli uomini, alcuni, sembrano non saperlo o dimenticarlo, e forse, per ricordarlo o per comprenderlo, dovrebbero mettersi nei panni delle donne e chiedersi per quale motivo un uomo può camminare tranquillo la sera mentre una donna dovrebbe non farlo o avere un accompagnatore, come se fosse incapace? La libertà non ha sesso e non ha orari. Nei panni di una donna, sentirebbero il fastidio che talvolta si prova quando si deve, necessariamente, attraversare una strada poco illuminata, per arrivare al parcheggio, per arrivare a casa, per raggiungere la fermata dell’autobus, e non per cercare sesso. Il fastidio è doppio, per il potenziale rischio di trovare un deficiente e per la paura stessa del rischio, che ti fa sentire una mezza scema incapace di difendersi. Ma la soluzione non può essere non uscire o farsi accompagnare. Nei panni di una donna, capirebbero il sentimento sgradevole che provoca un “corteggiamento” insistente e non voluto, che non lusinga ma irrita e, se dura troppo, preoccupa. E la soluzione non può essere quella di nascondersi sotto un burqa per evitare attenzioni. Nei panni di una donna, saprebbero che noi facciamo esami di coscienza più di quanto si possa immaginare, ma non lo diciamo perché anche il minimo segno di autocritica viene strumentalizzato ed usato a scapito di chi subisce aggressioni e soprusi, è il “sì, però” utilizzato per giustificare lo stupratore e concedergli una riduzione della pena o gli arresti domiciliari. Nei panni di una donna, magari il Procuratore Dettori chiederebbe alle Istituzioni di agevolare il dialogo tra uomini e donne, per iniziare un rinnovamento culturale e, in attesa del cambiamento, chiederebbe l’organizzazione di corsi gratuiti di autodifesa, e capirebbe che la libertà non ha sesso e non ha orari.

Mi si nota di più se sono razzista o maschilista?

23 Lug

Ti si nota di più se sei razzista. Il maschilismo è ben tollerato, nei Paesi ad alta concentrazione di misogini. E così, per esempio, nei Paesi non razzisti e aperti agli uomini di sani principi, se, per esempio, tu sei un maschilista ed un misogino, insomma hai il culto dell’uomo come essere umano di genere superiore rispetto alle donne e odi queste ultime, ti troverai perfettamente a tuo agio. L’Italia, fortunatamente, è uno di quei Paesi e, sotto questo profilo, non si può affermare sia razzista, anzi è aperto e democratico. Infatti,  sempre per fare un esempio, se tu, maschilista e misogino ma bravo lavoratore, dovessi trovare lavoro presso un albergo italiano e, malauguratamente, dovessi ritrovarti a prendere ordini da un altro lavoratore che svolge mansioni superiori alle tue ma appartenente al genere femminile, ebbene, tu, che non sei abituato a certe tradizioni abominevoli come il riconoscere pari dignità e diritti a tutti i lavoratori a qualunque sesso appartengano, sappi che in Italia troverai sempre qualcuno disposto a darti ragione e a rispettare la tua cultura e le tue convinzioni, perchè questo è un Paese civile, libero e democratico, non sia mai che qualcuno accusi gli italiani di razzismo! Vieni in Italia, con il tuo carico di convinzioni sane e giuste, e se le donne ti infastidiscono sul lavoro, non ti preoccupare, alla loro immonda presenza affiancheremo un sano maschio, a seconda delle tue preferenze razziali e/o religiose e, gradualmente, perchè qui le cose si fanno con astuzia, la donna verrà eliminata e spedita in luoghi più consoni alla sua natura, dove non possa nuocere alla tua sensibilità. Vieni in Italia, non siamo razzisti, siamo solo maschilisti.

L’infinita tristezza di quella Culla.

7 Lug

Alla clinica Mangiagalli, la “Culla per la vita”, una moderna Ruota degli esposti, dove possono essere lasciati i neonati, dalle mamme o da chi ha il coraggio di farlo al posto loro, è stata inaugurata nel 2007 ma è rimasta inutilizzata fino a ieri, quando ha ricevuto il primo ospite, Mario, capelli scuri, tutina azzurra e biberon pieno di latte. Pare che la Culla sia un esempio di civiltà, poichè aiuta le madri in difficoltà, evita l’abbandono dei bambini in luoghi poco sicuri, agevola l’adozione dei neonati. Sarà. Un Paese civile, secondo il mio personalissimo punto di vista, aiuta le madri, tutte le madri ma sopratutto quelle in difficoltà, ad allevare i propri figli, con o senza un compagno, le accoglie come cittadine che hanno diritto ad una esistenza dignitosa e felice, le aiuta ad avere un lavoro ed un reddito adeguato se non lo hanno, le sostiene psicologicamente e non incentiva la loro disperazione dicendo “l’unica soluzione è darlo via”, le sostiene e non le colpevolizza anche quando decidono di interrompere una gravidanza non desiderata o impossibile da gestire, dà loro una seconda possibilità. Ma tutto questo richiederebbe troppo tempo, troppa fatica, troppo impegno, e allora meglio la soluzione più pratica e immediata.  Sbaglierò, però, io, al pensiero di quella tutina azzurra e di quel biberon pieno di latte, che fa capire tante cose, provo solo un’infinita tristezza.