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Fichi, fichi, e ancora fichi.

29 Giu

IMG_20150628_202727Premessa: sono una divoratrice grande estimatrice dei fichi, freschi, quelli appena colti dall’albero, di tutte le qualità, di tutti i colori, di tutte le forme, bianchi, neri, lunghi, tondi, insomma purché siano fichi e maturi. Gli abitanti del posto in cui sono nata sono chiamati in lingua sarda “pappa figu” ossia “mangia fichi”, e questo spiega tutto 😀 è una questione di dna.

Chiaramente, la materia prima qui non manca, perciò ho la possibilità oltre che di fare la “cura dei fichi” (non sapevate che sono anche curativi?) di sperimentare nuove ricette, e la cosa mi diverte molto, perché mi piace cucinare e mi piace sperimentare. In questi giorni, quindi, ho provato una nuova ricetta: fichi su cestini di grana, con qualche goccia di aceto balsamico. Si tratta di una ricetta facilissima da preparare, che però dà grande soddisfazione al palato, all’umore, al fisico. I fichi hanno infatti tantissime proprietà terapeutiche  (disinfettanti, antiinfiammatorie, diuretiche, rimineralizzanti, etc. etc. etc.) perciò ci sono delle ottime scuse per mangiarli.

depositphotos_25956623-coloring-cartoon-giraffe-chef-with-steak-dinnerVeniamo alla ricetta: le quantità variano a seconda dell’appetito, del numero dei commensali, e dalla grandezza dei fichi, comunque, per una cena leggera o un antipasto fresco e sfizioso, per una persona tre/quattro fichi dovrebbero andar bene. Per i cestini di grana: occorrono circa tre cucchiai di grana grattugiato (meglio la parte vicina alla crosta), che farete scaldare su una padellina antiaderente, in modo che si sciolga per benino. Una volta sciolto, dovrete dargli la forma di cestino, e per farlo sarà sufficiente ricoprire con il formaggio la parte esterna di una piccola ciotola, o coppetta, e lasciarla fino a quando sarà indurita e croccante (non preoccupatevi se non viene croccantissima, l’importante è che sia abbastanza compatta da contenere i fichi). Bene, una volta preparati i cestini, dovrete soltanto pulire i fichi, tagliarli in quattro spicchi, e adagiarli sul loro lettino croccante, aggiungendo qualche goccia di aceto balsamico.

Poi, dovrete accomodarvi a tavola, prendervi il vostro tempo, gustare con calma, e ricordare che, in fondo, la vita è fatta di piccoli momenti di felicità. Buon appetito!

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Tu vuo’ fa’ l’americana.

28 Apr

Lo ammetto, sono una che si annoia facilmente. La noia è sempre stata una presenza fastidiosa nella mia vita, fin da quando ero piccola, perciò ho imparato ad usare la fantasia per sfuggirle, per mandarla via almeno temporaneamente, quindi per sopravvivere. Mi annoio quando ho a che fare con persone noiose ( e io stessa, spesso, mi trovo particolarmente noiosa 😀 ) mi annoio in certe situazioni, formali e non, in cui diventa un’impresa trattenere gli sbadigli, mi annoio quando sono costretta a ripetere sempre le stesse azioni, mi annoio quando mangio le stesse cose. Con gli anni, mi sono un po’ addomesticata e mi innervosisco molto meno, però la tendenza rimane. Per esempio, mi stanca fare la colazione sempre nello stesso modo, ingurgitando sempre le stesse cose. E così, ogni tanto, mi organizzo l’alternativa ai biscotti, alle fette di pane con miele o marmellata, ai corn flakes, anche perché la colazione è il pasto che mi dà il carburante per gran parte della giornata, perciò deve darmi soddisfazione. Non programmo, ma seguo l’ispirazione del momento. L’ispirazione delle ultime settimane, per la mia colazione anti-noia, ha preso forma con pancakes e sciroppo d’acero canadese, e devo ammetterlo, il risultato è stato una colazione briosa e molto soddisfacente. Al contrario di quel che si pensa, i pancakes sono leggeri e non troppo dolci, sono preparati con le uova, con pochissimo zucchero e poca farina, e hanno una consistenza soffice e “vaporosa” e l’unione con lo sciroppo d’acero, molto aromatico e denso, è perfetta. La noia è scacciata, almeno per un po’.

Questo è il risultato, magari non saranno esattamente come gli originali ma danno tanta, tanta soddisfazione, garantito.

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Pranzo dell’amicizia con lasagne al radicchio rosso.

27 Gen

radicchio rossoCielo mezzo grigio e mezzo azzurro, colpa del maestrale che trasporta le nuvole da qualche parte, un po’ a vanvera. Pure l’umore va un po’ a vanvera, ultimamente in quotidiana lotta con la tentazione di pensieri non positivi. Basta, preparo le lasagne al radicchio. Radicchio mon amour. Se volete provarle, vi do la mia ricetta, molto semplice, come sempre, però, per mantenere la linea della “giraffa economista” (più che altro, economa) indico anche qualche prezzo, così, tanto per rendere l’idea dei costi.
Se avete l’animo di Nonna Papera, quindi tanta buona volontà e pazienza, praparate a mano le sfoglie di pasta all’uovo, se invece, come me, avete l’animo di Zia Paperella, andate al supermercato ad acquistare una confezione già pronta di lasagne all’uovo (io ho preso le Emiliane Barilla, la confezione da  500gr, € 1,22, non uso mai quelle da conservare in frigo). Già che state andando al supermercato, nel caso vi facesse difetto pure la voglia di preparare la besciamella, nella lista della spesa aggiungete 1 confezione di besciamella (da 500 grammi € 2,64) una confezione di latte e grana. Sulla strada, poi, fermatevi ad acquistare dal vostro verduraio di fiducia, un cespo di radicchio rosso di Treviso (dalle mie parti l’ho trovato a 2,63 euro al Kg) a meno che abbiate un bell’orticello dietro da casa e, allora, la produzione propria non ha prezzo ed è indubbiamente più buona.

Rientrati a casa con i vostri acquisti, poggiate tutto sul tavolo di lavoro, preparatevi un caffè, mangiate una mela, bevetevi una tisana, insomma, rilassatevi, non c’è bisogno di correre, la cucina è relax, altrimenti avreste risparmiato tempo, comprando velocemente un pollo in rosticceria. Bene, dopo la pausa caffè, iniziate a sfogliare il radicchio e lavatelo per benino. Prendete una pentola, riempite con poca acqua, salate, portate ad ebollizione e poi buttate dentro le foglie del vostro radicchio, per circa una decina di minuti, l’obiettivo è farle ammorbidire quindi il tempo è variabile, valutate voi quando vi sembrano appassite. Siccome può capitare che il vostro verduraio di fiducia, o il supermercato o il negozio sotto casa, vi dia un radicchio non appena colto, potrebbe risultare troppo amaro, perciò per quanto mi riguarda “a prescindere”, per addolcirlo un pochino, negli ultimi minuti di cottura, aggiungo un po’ di latte, “un po’” significa al massimo mezzo bicchiere. Ovviamente, per renderlo più saporito, potreste farlo appassire in padella con olio, sale e, se vi piace e potete mangiarlo, con aglio, ma con una veloce “sbollentata” è più leggero. Bene, dopo aver fatto appassire le bellissime foglie rosse, scolatele e lasciatele raffreddare in pace per qualche secondo prima di tagliarle a fettine sottili. Una volta raffreddate e tagliate, trasferitele in un recipiente, aggiungete la besciamella, il parmigiano grattugiato (a me piace il grana ma insomma, l’importante è che sia un formaggio saporito e, soprattutto, piaccia a voi!) e aggiustate di sale. Ora prendete la vostra pirofila o teglia di alluminio, sul fondo mettete una piccola quantità del composto di radicchio, besciamella etc., adagiate le sfoglie e poi ricopritele con il radicchio e, se volete, aggiungete ancora un po’ di parmigiano, e continuate così fino a creare diversi strati. L’ultimo strato sarà di radicchio, aggiungete il parmigiano a pioggia, in modo che si forma una bella crosticina abbronzata. Cuocete in forno a 220° per circa trenta minuti, sfornate, lasciate riposare per un po’ e buon appetito!

Ridete, ridete, la giraffa ha fatto gli gnocchi.

11 Set

La domenica, sul monte, si organizza il pranzo dell’amicizia, si celebra l’amicizia con il mondo, con la natura,con il cibo, con sé stessi, si dimenticano le inimicizie accumulate durante la settimana trascorsa e si fa spazio nella mente per  le emozioni e le avventure dei giorni che verranno. Insomma, è un pranzo terapeutico. Tutti sono invitati ma nessuno è obbligato a partecipare, il luogo cambia di volta in volta, così come il menu e gli intrattenimenti. Un giorno si pranza nel giardino delle more, circondati da bacche rosse e succose, che si possono usare anche per ottimi dolci, un altro giorno si organizza lo spignattamento nella sala del grande lago, un altro ancora vicino alla cascata, ma solo quando le marmotte sono in letargo, perché a loro dà fastidio il rumore dell’acqua, dicono che turba il loro equilibrio psico-fisico; qualche volta, si organizza anche nella piccola saletta del grande Leccio, ma solo quando siamo in pochi perchè il Leccio è molto vecchio e vuole stare tranquillo. Chiaramente, tutti partecipano alla preparazione del pranzo, qualcuno pensa al primo (o ai primi) altri ai secondi, ai dolci, qualcuno pensa alle bevande, altri alla musica, a seconda dell’umore e della fantasia del momento. Oggi, io preparo gli gnocchi, ho sperimentato la ricetta solo qualche settimana fa però ho visto che la lepre e la marmotta si sono leccate i baffi, perciò spero che anche stavolta tutti li gradiscano. La ricetta è molto semplice, l’unico inconveniente è che bisogna  svegliarsi all’alba per andare a cogliere le patate con una bella cesta, ma se uno le ha già pronte nella dispensa si guadagna tempo: bisogna lessare le patate con un po’ di sale, sbucciarle e passarle, in modo che si crei un impasto morbido, poi, secondo la ricetta tradizionale delle giraffe, si aggiunge il parmigiano grattugiato (per quattro patate grosse, circa 8 cucchiai) e la farina, oltre ad un pizzico di sale. Le dosi sono ad “occhiometro” e a “tattometro”, nel senso che l’impasto deve essere consistente quanto basta per reggere la cottura, diciamo che al tatto si deve sentire morbido ma non troppo molliccio. Dall’impasto si ricava un serpentone che si taglia a rettangolini, a forma di gnocco (!) della grandezza preferita, insomma possono essere piccoli gnocchi da un centimentro o da tre, dipende pure da quanto è grande la bocca che li mangerà! Si fa bollire l’acqua e si buttano i rettangolini che, tra l’altro, sono molto efficienti perché appena sono cotti saltano su e non bisogna nemmeno assaggiarli per capire se vanno bene, come invece si fa con la pasta. Si scolano e si condiscono a piacere, con un rosso sugo al pomodoro, con sugo più delicato ai gamberetti, o con il classico condimento burro&parmigiano e, se l’avete, salvia, sono molto intriganti anche con il gorgonzola. Oggi, scelgo il condimento con la salvia, ho delle belle piantine profumte che mi dicono “prendimi, prendimi” e così le accontento. Siete tutti inviati! E, mi raccomando, portate qualcosa, un dolce, o un vino, o un frutto, o una canzone, o un sorriso, va bene tutto.

Black passion.

6 Feb

Sono un’appassionata di liquirizia. Beato l’uomo che si innalza al di sopra delle proprie passioni ma siccome, per ora, resto bassamente attaccata ai piaceri del palato, la liquirizia mi dà grandi soddisfazioni senza troppi effetti collaterali, a differenza del cioccolato e del caffé, passioni per me più rischiose. La liquirizia è una pianta perenne particolarmente resistente e ha tantissime proprietà terapeutiche, note già agli egizi, agli assiri, ai cinesi (in Cina viene usata da circa cinquemila anni) è usata come antinfiammatorio, è depurativa, antiallergica, ha un’azione protettiva su stomaco e fegato, fa aumentare la pressione arteriosa (perciò è sconsigliata alle persone che soffrono di ipertensione) e, se piace, fa bene all’umore.

Anche il nome è bello, con quella zeta spiritosa, fa rima con letizia, delizia, amicizia, perciò se mangiata in compagnia rende gli animi lieti. Da bambina la gustavo nelle forme animalesche, ricordo dei fantastici pesciolini e topini gommosi che si attaccavano ai denti (per la gioia del mio dentista) poi, ho provato le radici in bastoncini, perché faceva molto “ritorno alle origini”, quelli in vendita erano senz’altro ottimi ma troppo rinsecchiti e, oltre a lasciare i pezzettini di legno in bocca, davano l’impressione di un ritorno alle origini primitive o di un masticatore di foglie di coca nelle lande boliviane e la cosa non mi piaceva. Infine, sono arrivata alla stecca e ai pezzetti di liquirizia purissima, il modo migliore per gustarla e, quando il gelataio è bravo, al gelato. Ora, alla veneranda età di .. (eh, la veneranda età, non c’è mica bisogno di specificare) comunque, ora che ho un’età da zia che prepara i dolci ai nipotini, ho deciso di preparare da me i dolci alla liquirizia, con il seguente risultato: gioia pura. Ieri, ho provato la crema alla liquirizia, con una ricetta molto semplice trovata su internet e adattata, consiglio vivamente agli appassionati del delizioso nettare di provarla! Questa la ricetta: prendete 200 ml di panna fresca, 100 ml di latte e versateli in un pentolino, fateli bollire e toglieteli dal fuoco. Fate tuffare nello stesso pentolino un bastoncino di liquirizia spezzettato, e girate fino a quando si scioglierà per bene, e la panna diventerà scura, ci vorrà un po’ di tempo, perché il bastoncino è duro ma la cucina è anche amore e meditazione, perciò prendetevi tutto il tempo necessario. Coprite e lasciate riposare per circa un quarto d’ora. Prendete, poi, due tuorli d’uovo e 50g di zucchero e sbatteteli insieme, fino ad ottenere una bella crema chiara e morbida, con lo sbattitore a velocità 1 si fa molto più in fretta ma se avete braccia muscolose fate pure a mano. Unite panna e latte alle uova, mescolate e trasferite il tutto in quattro piccole pirofile, accompagnatele dentro il forno a 100°C (che avete acceso da almeno venti minuti, per farlo scaldare, ma dipende dal forno che avete) e dimenticatele  per 1 ora e 15 minuti, minuto più minuto meno, regolatevi un po’ voi, la crema deve essere rassodata, non deve diventare un mattoncino ma non deve essere nemmeno liquida. Sfornate e lasciate raffreddare per circa due ore. Poi, annusate il vostro capolavoro, lasciate che si insinui nel vostro cervello e vi avvolga, prendete un cucchiaino, affondatelo nella crema scura e profumata, fate felici le vostre papille gustative, dimenticate le cose che non vanno nella vostra vita, e godetevi il momento.

Trovate tutto qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Glycyrrhiza_glabra

http://www.fitoterapia.in/piante_officinali/liquirizia.html

la ricetta: http://obesitdintorni.forumcommunity.net/?t=4621337

http://www.berevino.com/degustare-essenze

Cucina meditativa.

2 Giu

giraffa che beveSono una grande sostenitrice della “cucina meditativa”, l’arte sublime che consiste nell’aprire il frigorifero, dare uno sguardo d’insieme ai ripiani, sbirciare nei cassetti trasparenti, cogliere il segreto profondo del frigo e farne tesoro, in termini grossolani, vedere cosa c’è e creare un menù commestibile. Dalla meditazione odierna, è uscito fuori un segreto misto di verdure, latticini e insaccati, mi è sembrato giusto usarlo per creare il menù della resistenza o menù della Repubblica, per festeggiare degnamente il 2 giugno.

Antipasto del Tricolore. Prendere almeno due zucchine e tagliarle a fettine di circa cinque millimetri cinque (va be’, si può sforare di un millimetro) disporle sul grill e grigliarle, possibilmente senza bruciarle, altrimenti il tricolore va a farsi benedire. Prendere dal frigo lo spicchio di dolce sardo o di qualunque altro formaggio molle e dolce chiuso nelle segrete del reparto formaggi, tagliare delle fettine sottili dello spessore di circa tre millimetri tre. Visto che il frigo è aperto, prelevare anche il prosciutto crudo di Desulo, che ha poco grasso, ma se in frigo riposa lo speck, va bene lo stesso. Nel frattempo, accendere il fornetto, solo il grill. Prendere la pirofila, anche detta lettino del Tricolore, adagiare la fettina di zucchina, aggiungere mezza fettina di prosciutto e la fettina di dolce sardo, e così per le altre fettine di zucchina, l’effetto è quello di un tricolore confuso ma è in tema con l’attualità, mettere in forno e lasciare che il formaggio si sciolga, togliere e degustare.

Gamberetti della resistenza. Prendere la pasta sfoglia e ritagliare dei piccoli triangoli nei quali verranno avvolti dei gamberetti crudi con un filo d’olio e sale, infornare, far dorare la sfoglia e degustare, dopo aver tolto le da forno, naturalmente.

Bavette eroiche. Prendere il solito formaggio molle, se il frigo ospita anche un po’ di mascarpone e gorgonzola è il massimo ma, in mancanza, va bene il famoso dolce sardo o il camoscio d’oro, ridurlo in dadini e posizionarlo sul piatto, insieme al parmigiano e alla rucola miracolosamente recuperata dal fondo del cassetto, scolare le bavette un po’ umide, in modo che i formaggi si amalgamino e si uniscano alla rucola, insaporire con un filo d’olio d’oliva e degustare le bavette ancora calde e filanti.

Dolce referendum. Prendere dal frigo la vaschetta di gelato alla panna, adagiarlo sulla coppetta in dosi adeguate, aprire la bottiglia contenente il liquore al mirto bianco e versare sul vellutato composto bianco (si può anche creare un isolotto circondato dal mare di mirto, dipende dall’umore del giorno) degustare.

Lasciare spenta la tv, per evitare che la meditazione venga inutilmente interrotta, gnam.