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Non sono tutti uguali.

28 Mag

Dunque, in periodo di elezioni forzate come quelle imminenti (forzate perché bisogna fare un grande sforzo per ricordarsi che il voto è ancora un dovere ed un diritto e non una raccomandazione per trovare un posto di lavoro all’aspirante politico/poltronaro) la tentazione di pensare che i politici, o meglio, i candidati siano tutti uguali, è forte, dal momento che spesso non si vede la differenza tra un poltronaro di destra, di sinistra, di centro. E invece è un errore gravissimo, tipico del cittadino miope, qualunquista, rassegnato. Infatti, a ben guardare, i candidati sono tutti diversi e me ne sono resa conto sia dai manifesti elettorali, sia dalle loro biografie, per esempio, dalle mie parti, si vota per eleggere il presidente della provincia e il codazzo che si porterà dietro e devo ammettere che c’è una scelta abbastanza variegata: un candidato, per esempio, è fresco fresco di condanna, in appello, per abuso d’ufficio, ma i suoi compagni hanno deciso che nessun altro sarebbe mai stato in grado di rappresentare gli ideali del partito come lui e, quindi, via sulle ali dell’ennesimo mandato; un partito che aspira a conquistare la poltroncina, invece, è nato grazie alla forza battagliera del suo fondatore, un convinto indipendentista che, un po’ di tempo fa, ha addirittura conquistato ed occupato una piccola isola, di proprietà privata, creando la sua repubblica personale; altri ancora si battono per l’indipendenza di questa regione dallo Stato italiano; e, infine, i miei preferiti, i leghisti sardi, quelli sostenuti dal governo nazionale, quelli generosi perché vogliono aiutare Bossi a rendere il nord sempre più ricco, quelli che nel loro simbolo hanno il condottiero Alberto da Giussano, lombardo o padano che dir si voglia e, vicino a lui, più piccolina, l’immagine della Sardegna, neanche un Amsicora o un guerriero nuragico, solo i quattro mori o, in alcuni casi, un nuraghe. Insomma, non sono tutti uguali, sono tutti diversamente “non votabili”.

Per qualche informazione in più:

http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/Articolo/171569;

http://lanuovasardegna.gelocal.it/multimedia/home/2803782;

Scusi, mi sa dire l’ora?

28 Feb

In Italia abbiamo un problema piuttosto serio: gli orari. Infatti, da qualche decennio si è diffusa la deprecabile abitudine di fissare degli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali, degli uffici privati e pubblici, addirittura delle scuole, che aprono ad una certa ora e chiudono sempre ad un orario prefissato, da chissà chi e chissà per quale motivo, valle a capire certe abitudini. Una volta, per esempio, ricordo di essere andata in un negozio di intimo sfizioso, per comprare un baby doll leopardato da regalare alla mia cugina gazzella (eh, famiglia allargatissima) ma, siccome, sono andata dopo l’orario di chiusura, le commesse mi hanno fatto una pernacchia e la mia cuginetta si è dovuta accontentare di un pacco di cioccolatini, buoni, per carità ma per la “notte in savana” che aveva in programma sarebbe andato meglio il leopardo. Sono gli inconvenienti delle barbare abitudini degli orari. Se, per esempio, a qualcuno dovesse capitare di dover notificare urgentemente un atto giudiziario, dovrebbe informarsi bene sulle pessime abitudini degli uffici notifiche della sua città, per sapere entro quale orario lo sportello accetta quell’atto, in caso contrario rischierebbe di sentirsi dire dai vili marrani “a noi non interessa se non ha fatto in tempo, non è un problema che ci riguarda, gli atti urgenti li riceviamo solo fino alle dieci”. E, in quel caso, l’urgenza dell’atto viene ridimensionata a causa della pessima abitudine italiana degli orari. Ci vorrebbe un decreto legge che migliorasse la situazione, che abolisse questa pratica aberrante ma, immagino, per farlo dovrebbe accadere qualcosa di eclatante, un caso straordinario di necessità ed urgenza, che so, magari un partito politico potrebbe essere escluso dalle elezioni  perché un povero disgraziato è andato a mangiarsi un panino e mentre lo sbranava i marrani del tribunale gli hanno chiuso lo sportello, e così non gli è stato possibile depositare la lista, per colpa di quella orrenda abitudine degli orari. Eh, sì, in quel caso, si potrebbe pensare ad un bel decreto, altrimenti, pernacchia e pacco di cioccolatini.

Il carciofo travestito da mammola.

23 Feb

Come si sarà capito, la lingua italiana mi affascina, mi rapisce, mi ammalia, talvolta, mi confonde. Mi fa sorridere l’uso fantasioso che ne fanno i writers e mi confonde quando la fantasia è il gioco di equilibrismo del politico che si presenta al popolo come la mammola indifesa in un campo di carciofi spinosi. Il gioco di equilibrismo, stavolta, l’ha inventato il nostro Presidente della Camera Fini: «Oggi il problema è il meccanismo di selezione della classe dirigente», e lo ha usato in un momento particolarmente delicato della storia del giovane partito da lui creato insieme a Silvio I, un momento che addirittura viene paragonato alla tangentopoli di qualche anno fa, quanto a corruzione e spudoratezza della famosa classe dirigente. A noi semplici dirigenti di noi stessi, a dire la verità, la cosa non meraviglia nemmeno un po’, sappiamo che il delirio di onnipotenza è la patologia più frequente in chi ricopre cariche pubbliche ma per lui, per la mammola Fini, no, non è una cosa prevedibile, per lui oggi il problema è il meccanismo di selezione della classe dirigente. Viene da chiedersi, dove sia stato la mammola Fini fino a ieri, quando veniva selezionata l’attuale classe dirigente, viene da chiedersi, e da chiedergli, come è possibile che una mammola sopravviva in un campo di carciofi?

(la viola mammola l’ho presa qui)

Scene da un matrimonio.

10 Set

Che il loro non fosse un matrimonio d’amore, si era capito fin dallo scambio delle fedi e delle promesse nuziali, in un rito celebrato davanti a parenti e amici in lacrime (soprattutto dello sposo) e, ammettiamolo, già all’epoca del fidanzamento, si era intuito che tra i due nubendi mancava quella luce, quello scintillio negli occhi, tipico delle persone sinceramente innamorate. Però, tutti, parenti piangenti e curiosi morbosi, alla fine avevano concordato su un fatto: “i matrimoni d’interesse durano molto più a lungo delle unioni d’amore perché può accadere che l’amore passi ma la convenienza resta, perciò l’unione tra Silvio I (la sposa bizzosa) e Gianfranco (lo sposo serioso, oggi sono in vena di rime…) è destinata a durare nel tempo”, così ho sentito dire agli ospiti invitati al ricevimento, intervistati dai giornalisti. Su questo fatto concordavo anch’io. Naturalmente, come accade nelle giovani coppie che crescono insieme, gli sposini hanno iniziato a crescere, a fare nuove esperienze, spesso insieme, spesso d’accordo, spesso in comune convenienza, fino a quando lo sposo serioso ha iniziato a crescere per i fatti suoi, scoprendo (o riscoprendo, non so) il suo lato liberale, il buon senso e il rispetto per i diritti civili e, allo stesso tempo, facendo delle scelte personali piuttosto importanti, con discrezione e nel rispetto delle persone coinvolte (dimostrando, soprattutto, di interessarsi alle donne non solo per portarsele a letto, e diciamolo!). Il coniuge bizzoso, manco a dirlo, non è rimasto indietro nel percorso di crescita preferendo, però, occuparsi della sua manicure, della capigliatura e delle feste con gli amici, senza minimamente preoccuparsi di Gianfri e del resto del mondo (e non parliamo dell’utilizzo delle donne esclusivamente come copriletto nelle giornate di tiepida noia). A questo punto, considerate le ultime scaramucce, le mie convinzioni sulla loro unione iniziano a vacillare, anche se credo che la convenienza abbia sempre il suo bel peso, perciò mi siedo sotto un albero e guardo l’evoluzione della telenovela, più appassionante di Topazio. Eventualmente, i due potranno consolarsi con una di queste torte, a volte un po’ macabre ma dolcissime.