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Vacanza in panchina.

14 Ago

giraffa

Amo le panchine, sono una panchinara, le ho usate da ragazzina, le uso e quando, in un angolo apparentemente abbandonato della città, trovo una panchina, sono contenta perché mi sembra quasi un piccolo salotto, un invito ad accomodarsi, magari all’ombra di un bell’albero, e guadagnare un po’ di tempo per sé e per gli altri, senza ansie, senza paranoie, senza troppe preoccupazioni, come in una piccola vacanza. Sulla panchina si può leggere un libro, si possono guardare le navi che arrivano e ripartono, le stelle cadenti o ben appiccicate al cielo, le case lontane, in buona compagnia si può addirittura pranzare ammirando le auto che passano accanto, si può chiacchierare o, semplicemente, apprezzare il fatto di esserci, godere di essere lì in quel momento, essere felici, senza pensare a tutto quello che rimane momentaneamente lontano dalla panchina. Insomma, la vacanza può essere anche su una vecchia panchina, magari nera a onde, dove magari i ragazzini scrivono ancora cose come “pasticcino, ti amo più di una pasta” e fanno sorridere le vecchie giraffe.

Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale più grave, se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte dell’efficienza, ma allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta in panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi si è disoccupati, sfaccendati, vite di riserva. Eppure è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città. La panchina è il margine del mondo, vacanza di chi non va in vacanza, ma anche il posto ideale per osservare quello che accade: ovunque sia, è il centro dell’universo”.

( Beppe Sebaste, La Repubblica 12 agosto 2007)