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Assuefazione.

20 Apr

Dal vocabolario Treccani online: “Assuefazióne s. f. [der. di assuefare]. – L’assuefare e l’assuefarsi: a. a un clima, a un genere di vitto; a. a un farmaco (e farmaco che dà, o non dà,effetti d’a.), fenomeno che si verifica nell’organismo per effetto della somministrazione continua di un farmaco (analgesici, tranquillanti, ecc.), per cui viene a diminuire, o addirittura ad annullarsi, la sua efficacia; analogam., a. all’alcol, progressiva tolleranza dell’organismo nei confronti delle bevande alcoliche; con altra accezione, a. alla droga, agli stupefacenti, stato di schiavitù nei confronti della droga, provocato da una prolungata assunzione, che genera uno stato di bisogno imperioso, con dipendenza psichica e spesso anche fisica”.

Ci si può assuefare anche alla morte, quando è continua, costante, abbondante. Quando dai barconi vengono giù centinaia e centinaia di esseri umani, ogni giorno, come se fossero centinaia di merluzzi sfuggiti al controllo dei pescatori, l’organismo umano inizia ad assuefarsi e la morte dovuta alla disperazione o alla malvagità, non ha più alcun effetto, a parte le dovute, necessarie, parole di circostanza, legate più che altro all’apparenza, a “ciò che in questi casi ci si aspetterebbe” ossia una reazione. Ma che sia una reazione seria.

Un problema di vita brutta.

9 Gen

«Non sbagliarti, qui non c’è un problema di razzismo, qui c’è un problema di vita brutta» così ha detto un ragazzo marocchino all’inviato del Corriere della Sera, andato a Rosarno per capire com’è possibile che un pezzo d’Italia si trasformi nel Far West, facendo diventare i film di Sergio Leone film rosa e lasciando senza parole tutti noi che leggiamo storie e guardiamo immagini feroci e incredibili. Sono feroci, perché la caccia all’uomo, con fucili e spranghe, è semplicemente rabbia, odio, che si sostituisce ai globuli rossi e corre nelle vene senza alcun controllo della ragione, ed è incredibile, per me, perché viviamo in un Paese civile, accidenti, l’Italia è un Paese civile, non è un popolo primitivo, non è, o non dovrebbe esserlo, in lotta per la sopravvivenza. E invece, c’è un problema di vita brutta, un problema di gente che si sente abbandonata dallo Stato e, purtroppo, si sente protetta da un’organizzazione mafiosa che sfrutta ma, allo stesso tempo, dà lavoro e sicurezza, attraverso la violenza e l’intimidazione. Un problema di vita brutta per chi arriva da un altro continente per vivere una vita migliore e si ritrova sfruttato, emarginato, braccato. Per questo provo, per tutti, un’infinita pena, perché la vita è bella e tutti dovrebbero avere la possibilità di viverla dignitosamente, e per questo esiste lo Stato sociale, per garantire i diritti essenziali a tutti i cittadini ma, ahinoi, chi ci governa è troppo distratto per capirlo.

Migranti.

17 Ott

Qualche tempo fa, ho incontrato il mio ex edicolante di fiducia, “ex” perché è ripartito per l’Australia già da qualche anno ma torna periodicamente per vedere il sole della Sardegna. Credo sia uno di quei casi, forse non troppo rari, di emigrato che, una volta tornato nel suo Paese d’origine, si è reso conto di non esserne più parte integrante e integrata, per non parlare dei suoi figli, australiani di nascita, e di sua moglie che, qui, si è sempre sentita un pesce fuor d’acqua, sono tutti felicemente rientrati in Australia, a casa. In effetti, casa è dove uno si sente a proprio agio, accolto, accettato, protetto, amato e non dove dovrebbe essere secondo regole imposte dagli altri, comprese le regole sulla cittadinanza. Mi sono chiesta tante volte perché gli uomini facciano migliaia di chilometri, affrontino mille sacrifici, milioni di difficoltà, per arrivare in un luogo del quale non sanno nulla, non conoscono la lingua, la cultura, le usanze, le tradizioni, il cibo, un luogo completamente sconosciuto nel quale, magari, finiscono per sentirsi a casa e vivere fino all’ultimo dei loro giorni, senza mai voltarsi indietro e senza sentire nostalgia. Sono arrivata alla conclusione che non si tratta semplicemente di ragioni economiche ma del bisogno di migliorarsi, e per “migliorarsi” intendo non tanto diventare più ricchi quanto diventare, sentirsi e vivere più felici, secondo le regole del proprio cuore, della propria anima, del proprio carattere, cosa senz’altro più difficile da attuare se si vive sempre nel medesimo contesto sociale e culturale, soprattutto se il contesto è violento e reprime ogni forma di libertà. Comprendo quelle sensazioni perché, pur non avendo acquistato un biglietto per un luogo sconosciuto a migliaia di chilometri da dove vivo, ho scoperto di essere una migrante dell’anima e so cosa significa lasciare la comoda strada segnata per noi da altri per andare verso l’isola che forse c’è sebbene non ci siano studi che lo dimostrino, so quante difficoltà, sudore, lacrime può costare ma conosco anche la sottile, folle, inebriante sensazione di libertà che accompagna i migranti e so che ripaga ogni difficoltà, compensa ogni possibile errore e dà la forza per trovarla e viverci in quella benedetta isola che, poi, non è così lontana.