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L’ultima frontiera dell’emancipazione femminile: dàlla via e non ti lagnare.

13 Mar

Canguro_sdraiatoCome dare torto alla ormai mitica dott.ssa australiana Gabrielle Mc Mullin? La saggia donna, dall’alto della sua grandiosa carriera come chirurgo vascolare, naturalmente può permettersi di dispensare consigli su come realizzarsi ed esprimere il proprio potenziale nel migliore dei modi (si usa molto, questa cosa del potenziale da esprimere) e può farlo senza finte ipocrisie e senza tentennamenti. E allora, che cosa suggerisce la dottoressa che “ce l’ha fatta” alle donne che vogliono farcela come lei, che intendono realizzarsi anche nel proprio lavoro? Semplice: se il tuo capo ti chiede di usare il tuo corpo per qualche ora, così, tanto perché ne ha voglia, lasciaglielo fare e stai zitta, non fare come quella mezza scema che aveva denunciato il tipetto e  “nonostante la vittoria in tribunale, non è riuscita ad ottenere il posto. La sua carriera è stata rovinata per colpa di questo uomo che ha chiesto di fare sesso una sola notte. Realisticamente avrebbe fatto meglio ad accettare“.  Accidenti, nemmeno Einstein avrebbe mai potuto avere un’idea così originale. Questa donna è un vero genio.
D’altra parte, la vita è fatta di compromessi, uno in più uno in meno, che differenza fa? Agli uomini viene richiesto di essere preparati e magari di avere qualche conoscenza nei posti giusti, alle donne, considerata la conformazione fisica, che induce naturalmente allo scambio sesso-carriera, viene richiesto di essere preparate, adeguatamente depilate, e pronte all’uso. Non sarà originale ma è efficace. Fatevene una ragione, ragazze, in Australia come in Italia, qualcuno deve pur dirvelo senza ipocrisia e senza tentennamenti, se il vostro capo  vuole darvi dei suggerimenti extra su come avere successo nella vita, e vuole farlo mentre ha i pantaloni abbassati e voi gli praticate una fellatio o simili,  fatelo e basta, senza troppi problemi, altrimenti peggio per voi, non vi lamentate se altri/e vi sorpassano.  Anzi, vi saltano. Gif animate Canguri (18)

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Colloquio di lavoro, che stress!

27 Nov

Notiziona: le tecniche, e le tattiche, del colloquio di lavoro sono state rivoluzionate. In origine, fu il curriculum in formato word, semplice semplice, con tutte le vostre cosette al posto giusto: ho studiato qui, ho lavorato lì, non ho ancora lavorato perchè stavo studiando, sono brava/o a fare questo, il mio hobby preferito è allevare moscerini, ho la patente, non ce l’ho ancora perchè stavo studiando. Si spediva o consegnava a mano, sperando in un colloquio (ma una presentazione del babbo/zio/nonno sarebbe stata molto più efficace). Poi, fu l’evoluzione del curriculum “formato europeo”, quello che, già solo per il fatto di non esservi incasinati a mettere in ordine le varie celle della bozza o per aver risolto il casino di averle inserite mezzo sbilenche, avrebbe dovuto garantirvi il colloquio. Il formato europeo è formidabile: mi chiamo Giraffa, ho studiato qui, qui e qui; ho lavorato lì, là e più in là; ho questa abilitazione qua; mi sono aggiornata di là e in quella cosa lì; continuo ad aggiornarmi; conosco queste lingue ma non so se infilare l’informazione tra le  capacità e competenze personali o da qualche altra parte, perchè se le inserisco nella celletta sbagliata, mi salta il colloquio, perchè gli esaminatori capiscono, da quell’errore, che ho incolmabili lacune cerebro-psico-professionali e salta tutto; ho delle ottime competenze relazionali, come giocare a calcio con i pinguini; per non parlare delle inarrivabili competenze organizzative, provate a chiedere in giro di quella volta che ho organizzato un viaggio di lavoro per uno sciame di api. E via così, azzeccando la posizione delle celle, inserendo le informazioni giuste e facendosi precedere dalla telefonata di babbo/nonno/zio, si riusciva ad ottenere ilfamoso colloquio. L’incontro con il “colloquiante” era semplice ma moderno: alle domande tradizionali, dove ha studiato/lavorato? Cosa si aspetta da questo lavoro? Quali sono i suoi obiettivi?, si aggiungevano quelle sull’animale e sull’albero preferiti (con relativa spiegazione, ovviamente) e sui propri punti di forza e di debolezza. Insomma, un colloquio almeno divertente e non noioso. Poi, finalmente, arriva lei, la stress interview, l’intervista stressante, il colloquio di lavoro senza infingimenti, quello sincero, onesto, che si presente per quello che è: uno stress. Quello durante il quale il recruiter (la persona che conduce il colloquio e vi valuta) apertamente, onestamente, brutalmente, vi stressa. Cioè cerca di farvi perdere le staffe, di farvi imbestialire, per valutare la vostra resistenza psicologica quando siete sotto pressione. Funzionerà? Chissà.
Ma la vera domanda, che sorge spontanea dal profondo delle mie corna, è un’altra: esistono ancora aziende che fanno colloqui di lavoro??

Com’è bello far la fame da Trieste in giù.

17 Giu

due briciole di civraxiuDa qualche anno, sono iscritta alla rete di LinkedIn, una sorta di social network dedicato al lavoro, per “lo sviluppo di contatti professionali”, pare sia utile. Al momento, non conosco nessuno che abbia trovato lavoro o incrementato la propria attività tramite quel sito e mi pare simile ai vecchio ufficio di collocamento, al quale ti iscrivevi inutilmente, poiché le assunzioni avvenivano sempre e comunque tramite conoscenza, diretta o indiretta, del datore di lavoro (non voglio scrivere dell’Agenzia del lavoro, ho una salute da tutelare). Però, diciamo che sono tutte delle belle invenzioni che, oltre a dare lavoro a chi le gestisce, alimentano l’illusione di un miracolo lavorativo/professionale e danno, comunque, la sensazione, a chi si iscrive, di non perdere tempo, anzi, di fare marketing di sé stessi etc.. Be’, anche l’autoconsolazione è importante. LinkedIn, tra la varie cose, ti avvisa se qualcuno, appartenente alla tua rete, aggiorna il proprio profilo, se aggiunge delle competenze, se instaura nuovi contatti. E così, qualche giorno fa, sono stata informata del fatto che una mia conoscente, che non vive in Sardegna, dove la penuria di lavoro ce la mangiamo a colazione, a pranzo, a cena e pure a merenda, ma in una regione della lussureggiante Padania, ha aggiunto una nuova, recentissima competenza. E va be’, questa vive in Padania, è laureata, con master e titoli, quasi quasi neanche leggo la nuova competenza, lo so già, sarà qualche attività fighissima, qualche incarico mitico, che leggo a fare? E invece, sono curiosa, leggo: la mia “amica” ha trovato un lavoro, retribuito e sicuramente più remunerativo del mio, e pure del suo precedente. Che lavoro? Cameriera, in un ristorante. Mi sono commossa. Perché? Perché una cameriera, attualmente, porta a casa uno stipendio che un professionista, giovane, sogna solo nelle notti migliori, quelle in cui ha preso il gastroprotettore. Eh già, perché nella nostra bella Italia, sempre più Paese delle ingiustizie sociali, si parla, giustamente, di operai, cassintegrati, disoccupati, licenziati, si pensa a tutelarli nel miglior modo possibile, per farli “arrivare alla fine del mese”, ma non si parla mai, mai, mai dei professionisti, soprattutto giovani ma non solo, che alla fine del mese non ci arrivano, non hanno tutele previdenziali (e per averle devono dare il sangue agli enti previdenziali privati) non hanno indennità di malattia, tantomeno ferie retribuite, troppo spesso non ricevono alcun compenso per il lavoro svolto, non posso svolgere altre attività e, preferibilmente, non devono lamentarsi, ne andrebbe del decoro dell’intera categoria alla quale appartengono. La situazione viene spiegata, in parte, in un approfondimento pubblicato sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, rende un po’ l’idea della situazione ma, c’è da scommetterci, sarà stato ignorato da chi ha potere decisionale in questo Paese e, nemmeno spreco i soldi della scommessa, sarà stato letto con una certa soddisfazione dalla vera casta. W l’Italia.

Corriere della Sera 14 giugno 2013

(la vignetta è di Tullio Boi  o Brulliotoi)

La donna che non deve chiedere, mai.

24 Mag

miss piggy in motoMia nonna me lo ripete da quando sono piccola: «chiedi!», si riferisce a Lui, naturalmente, «devi chiedere! Altrimenti come può sapere cosa vuoi?». Semplice, logico. Un concetto che non fa una piega, però si riferisce sempre e soltanto a Lui, non agli esseri fatti a Sua immagine e somiglianza, per quelli, nessuna esortazione del genere, perché, da quando è nato il mondo e Adamo ed Eva sono stati spediti a popolarlo, la donna, come l’uomo, non deve chiedere, mai. Peccato che l’assioma scritto sulla pietra, abbia un significato diverso nelle due versioni, quella maschile e quella femminile. “L’uomo che non deve chiedere mai” è l’uomo forte, che non ha bisogno di chiedere perché gli altri (e, soprattutto, le altre) conoscono già i suoi desideri, li prevengono, li tengono a mente, sempre, li esaudiscono. “La donna che non deve chiedere mai” è la donna che non deve chiedere, e basta, deve dare, poiché la sua funzione nel mondo, da quando tempo addietro  si è stabilito che sarebbe stata lei a portare in pancia i prosecutori della specie umana, è quella di “dare la vita”, “dare l’amore”, “dare assistenza”, “dare, non chiedere”. Le prime ad essere profondamente convinte di  tale verità, siamo noi donne, con il cervello tappezzato, prima che di poster di Miguel Bosè, Raul Bova, One Direction a seconda delle generazioni, di post-it con le scritte “tu sei nata per dare, non per avere”, “ma cosa pretendi??”, “ricordati di non chiedere”,  e su tutte la grande insegna al neon “il mondo ti darà quello che ti spetta”. Il mondo, invece, è distratto, e bisogna tenerlo a mente. E, a ben guardare, pure gli uomini chiedono, a volte con le parole, altre volte con i comportamenti, ma chiedono, e ottengono. Soprattutto sul lavoro. Per esempio, da una statistica fatta dalla Cassa forense (la cassa previdenziale degli avvocati) è emerso che, in media, le donne avvocato, a parità di età e di esperienza, guadagnano meno rispetto ai colleghi uomini, oibò, e perché mai? Le donne libere professioniste non percepiscono uno stipendio da un datore di lavoro, perciò non se la possono prendere con la disparità di trattamento attuata da un’azienda; non sono previste tariffe differenziate in base al sesso, ops, al genere di appartenenza del professionista. Semplicemente, le donne chiedono un compenso inferiore rispetto ai colleghi, perciò se un avvocato uomo per una prestazione chiede 100, l’avvocato donna, di solito ma non è sempre così per fortuna, chiede 50. Per quale motivo? Perché la donna ha i post-it appiccicati al cervello e la scritta al neon perennemente accesa, che le impediscono di chiedere di più, di pretendere l’adeguato riconoscimento per il lavoro svolto, con l’inevitabile conseguenza, tra l’altro, di compiere una fatica doppia per ottenere risultati soddisfacenti. Senza contare l’amarezza e la rabbia per un mondo che non dà a ciascuno quello che gli spetta, ma dà quello che ciascuno chiede, pretende, esige. E allora, figliola, chiedi!

A.A.A. portaborse eccellente cercasi! Ma chi seleziona?

11 Mar

borsaIl 15 marzo entreremo nelle aule parlamentari: non lasciateci soli. Cerchiamo persone che vogliano aiutarci a far uscire dal buio questo Paese da affiancare ai gruppi parlamentari di Camera e Senato. Persone pulite, trasparenti e oneste, competenti e volenterose. Un Parlamento Pulito prima di tutto dall’assunzione degli assistenti e di coloro che lavoreranno con i gruppi. Sceglieremo i migliori tra i curricula che riceveremo, perché vogliamo svolgere un lavoro eccellente“, è il messaggio che appare sul blog di Beppe Grillo e sul sito del Movimento 5 Stelle, e le figure necessarie per far uscire dal buio questo Paese sono varie: assistenti legislativi, assistenti alla segreteria organizzativa, direttore amministrativo e altre, tutte rigorosamente munite, oltre che di pulizia ed onestà, di laurea specialistica ed esperienza. Insomma, se sui candidati si sono potuti chiudere entrambi gli occhi quanto a competenza ed esperienza, sui collaboratori no, su quelli non si scherza. Non sarebbe stao male cercare prima ma meglio tardi che mai, però, pur avendo dato fiducia al movimento, c’è qualcosa che mi lascia abbastanza perplessa. Considerato, per esempio, il fatto che esiste un po’ di confusione tra i nuovi legislatori anche su cosa significhi votare la fiducia al Governo perchè questo possa iniziare a funzionare, e considerato che servono esperti in grado di spiegare proprio queste cose semplici, semplici ai nuovi parlamentari, mi chiedo: chi sarà in grado di valutare l’eccellenza dei curricula? E, sopratutto, chi si rende conto di essere onesto ma di non avere sufficiente competenza in questo campo,  può chiedere di assumere il Governo di un Paese?

Per favore, non fatemi pentire.

Il guaio dei sogni.

20 Ott

I sogni. Fiumi di inchiostro sono stati consumati, per raccontare quanto sia bello e giusto sognare, non tanto ad occhi chiusi con la mente mezzo incosciente che vaga e mescola immagini reali ad antichissime memorie o a paure ancestrali e desideri mai confessati, quanto ad occhi apertissimi, rivolti verso qualcosa che, pensiamo, ci renderebbe più felici, qualcosa che è altrove, nella nostra testa ma altrove, in un altro mondo o in un altro tempo e, naturalmente, è perfetto. Sognare è bello e giusto, l’immaginazione di quel “qualcosa” distante nel tempo e nello spazio, è il primo passo verso la creazione e sprona all’azione, fa sentire vivi, pieni di energia, tutte quelle che servono a raggiungerli, quei benedetti sogni. E se non vengono raggiunti, si continua, all’infinito. Però, il guaio dei sogni, il vero  guaio dei sogni, quello di cui raramente si parla, è che, a volte, si realizzano. E in quel caso, può capitare che, passati i primi momenti di ebbrezza, di euforia, di esaltazione, di pace e beatitudine, insomma di tutto quello che volete purchè somigli alla sensazione di un sogno realizzato (!) ebbene, volati via quei momenti, il sogno è lì, nella nostra vita di tutti i giorni e non è sempre come l’avevamo dipinto nella nostra testa, con quei colori, quelle sfumature, quelle tonalità perfette, dalla prima all’ultima pennellata. Capita con i grandi sogni e con quelli più piccoli, con quelli d’amore e con quelli professionali. Capita, magari, di sognare il principe azzurro e quello, effettivamente, un bel giorno si presenta ma non è vestito d’azzurro, preferisce la divisa a pois ed il cappello con il pon pon. Capita con un lavoro: magari per anni si sogna di diventare proprio quella “cosa lì”, quella che permetterebbe di essere d’aiuto a qualcuno, di dirgli “non ti preoccupare, ci sono qua io” e poi, anche quella “cosa lì”, dopo tanto impegno, si presenta, magari con qualche sfumatura diversa e con alcuni colori che proprio non ti piacciono, ma è lì davanti a te e, dopo l’ebbrezza, ti lascia senza parole e con una vaga sensazione di angoscia perchè, forse, l’impegno, i sacrifici, la resistenza, si sono presi tutta l’energia che invece servirebbe per viverlo, quel sogno. E, allora, non resta che incominciare, con pazienza, a pennellare la realtà.

(il dipinto è questo, una bella pennellata della realtà)

La giornata dei lavoratori.

1 Mag

Poco prima delle nove, vado a fare benzina, perché ieri il tour del Sulcis mi ha dimezzato la provvista e le tacchette verdi del piccolo genio sono diventate due, sembra quasi che con gli aumenti delle accise il serbatoio sia diventato una spugna, ma è solo una delle tante suggestioni psicologiche legate alla politica dell’austerity. Con sopresa, trovo aperto, ossia “servito”, il solito distributore dove mi diletto con il self-service perché ha costi decisamente inferiori rispetto alla media, pensavo di risparmiare invece guadagno una breve conversazione con il benzinaio che oggi lavora e, con tono rassegnato mi dice “la mattina, appena mi sveglio, la prima cosa che faccio, anziché dare un bacio a mia moglie, è controllare al computer se Eni ha modificato i prezzi”, questa confessione da un lato mi fa arrabbiare, perché è assurdo che le nostre vite dipendano dai capricci di pochi ricchi, dall’altra mi fa sorridere perché mi piace l’idea che un omone con i suoi anni sul groppone ancora dia un bacio alla moglie appena sveglio. Gli chiedo della simpatica storia dei bancomat e mi conferma che, siccome il Governo ha eliminato le commissioni per chi fa benzina pagando con il bancomat anche per importi bassi, le banche hanno disdettato i contratti e obbligano i gestori a versare comunque circa duemila euro per il “noleggio” dell’apparecchio. Ancora una volta, fatta la legge trovato il modo per eluderla, soprattutto da parte dei grossi gruppi economici e, naturalmente, a nostro discapito. Tant’è.  Saluto e mi dirigo verso il supermercato a comprare qualcosa di molle e appetibile per la gatta, vecchietta e malatuccia che però “mi deve mangiare” qualcosa, altrimenti i farmaci la buttano giù. Al supermercato, già affollato, trovo tre cassiere a lavoro, diversi dipendenti addetti alla sistemazione dei prodotti negli scaffali, reparto salumi aperto, con una commessa, macelleria aperta, con il macellaio sempre pimpante. Torno con le provviste, più tardi dovrò finire una relazione, per lavoro.
Il primo maggio si festeggia anche così, ringraziando per il lavoro, poco o molto che sia non importa 😉