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La donna che non deve chiedere, mai.

24 Mag

miss piggy in motoMia nonna me lo ripete da quando sono piccola: «chiedi!», si riferisce a Lui, naturalmente, «devi chiedere! Altrimenti come può sapere cosa vuoi?». Semplice, logico. Un concetto che non fa una piega, però si riferisce sempre e soltanto a Lui, non agli esseri fatti a Sua immagine e somiglianza, per quelli, nessuna esortazione del genere, perché, da quando è nato il mondo e Adamo ed Eva sono stati spediti a popolarlo, la donna, come l’uomo, non deve chiedere, mai. Peccato che l’assioma scritto sulla pietra, abbia un significato diverso nelle due versioni, quella maschile e quella femminile. “L’uomo che non deve chiedere mai” è l’uomo forte, che non ha bisogno di chiedere perché gli altri (e, soprattutto, le altre) conoscono già i suoi desideri, li prevengono, li tengono a mente, sempre, li esaudiscono. “La donna che non deve chiedere mai” è la donna che non deve chiedere, e basta, deve dare, poiché la sua funzione nel mondo, da quando tempo addietro  si è stabilito che sarebbe stata lei a portare in pancia i prosecutori della specie umana, è quella di “dare la vita”, “dare l’amore”, “dare assistenza”, “dare, non chiedere”. Le prime ad essere profondamente convinte di  tale verità, siamo noi donne, con il cervello tappezzato, prima che di poster di Miguel Bosè, Raul Bova, One Direction a seconda delle generazioni, di post-it con le scritte “tu sei nata per dare, non per avere”, “ma cosa pretendi??”, “ricordati di non chiedere”,  e su tutte la grande insegna al neon “il mondo ti darà quello che ti spetta”. Il mondo, invece, è distratto, e bisogna tenerlo a mente. E, a ben guardare, pure gli uomini chiedono, a volte con le parole, altre volte con i comportamenti, ma chiedono, e ottengono. Soprattutto sul lavoro. Per esempio, da una statistica fatta dalla Cassa forense (la cassa previdenziale degli avvocati) è emerso che, in media, le donne avvocato, a parità di età e di esperienza, guadagnano meno rispetto ai colleghi uomini, oibò, e perché mai? Le donne libere professioniste non percepiscono uno stipendio da un datore di lavoro, perciò non se la possono prendere con la disparità di trattamento attuata da un’azienda; non sono previste tariffe differenziate in base al sesso, ops, al genere di appartenenza del professionista. Semplicemente, le donne chiedono un compenso inferiore rispetto ai colleghi, perciò se un avvocato uomo per una prestazione chiede 100, l’avvocato donna, di solito ma non è sempre così per fortuna, chiede 50. Per quale motivo? Perché la donna ha i post-it appiccicati al cervello e la scritta al neon perennemente accesa, che le impediscono di chiedere di più, di pretendere l’adeguato riconoscimento per il lavoro svolto, con l’inevitabile conseguenza, tra l’altro, di compiere una fatica doppia per ottenere risultati soddisfacenti. Senza contare l’amarezza e la rabbia per un mondo che non dà a ciascuno quello che gli spetta, ma dà quello che ciascuno chiede, pretende, esige. E allora, figliola, chiedi!

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Gelmina e i diritti civili.

1 Mag

Dunque, il fatto che una abbia avuto una settimana impegnativa e abbia trascorso il primo maggio a divertirsi con la burocrazia infernale di questo Paese, potrebbe influire sul suo atteggiamento nei confronti di certe perle di intelligenza fissate per sempre sulla carta di un giornale e, ovviamente, su chi le ha sfornate. Il fatto che quella della settimana impegnativa sia io, mi sembra quasi superfluo scriverlo, però mi sembra opportuno precisare che le perle di intelligenza regalate al mondo sono, invece, di una neo mamma famosa: la nostra ministra dell’istruzione Maria Stella Gelmini, che io amo chiamare Gelmina, perché è un nome più dolce e tenero e le si addice. Ebbene, Gelmina ha faticato tanto per arrivare dov’è; per esempio, ha sudato sette camicie per essere abilitata alla professione forense, avendo dovuto attraversare a piedi, senza scarpe e senza calze, tutto lo stivale (da Brescia a Reggio Calabria) pur di sostenere l’esame in un luogo dove, come ci ha raccontato la cronaca, le commissioni erano particolarmente disponibili e comprensive; per fortuna, però, ha avuto la botta di culo il doveroso riconoscimento per l’impegno profuso in politica per il bene del popolo italiano, diventando ministro; insomma, lei mica è come tutte le altre donne, lei è una che sa cosa è la fatica. Per questo, ha scelto di tornare tra i colleghi ministri appena uscita dalla sala parto. Lei è fatta così, è una dura, una che non conosce privilegi, è una sorta di Walker Texas Ranger al femminile, mica come le altre donne, “privilegiate” da inutili congedi di maternità mentre sarebbe così bello e giusto per tutte uscire dalla sala parto e presentarsi puntuali sul posto di lavoro, essere attente, precise, briose, tra una poppata e l’altra. Naturalmente, dopo la famosa settimana, il mio atteggiamento nei confronti della neo mamma non può che essere estremamente positivo (e in genere non uso il termine “estremamente”, lo faccio solo quando mi sento buona) perciò in alternativa al napalm di qualche post addietro, mi permetto di dare qualche suggerimento alla ministra Gelmina, un modo molto utile per dare il suo contributo alla nazione, senza perdere nemmeno un minuto all’uscita dalla sala parto: andare a piedi fino in Groenlandia a preparare granite per gli inuit; cercarsi un lavoro; imparare a collegare il cervello alla bocca prima di aprirla. Peace&love.

Questa è la perla di saggezza (dal sito Corriere.it) :

Però le donne normali che lavorano dopo il parto sono costrette a stare a casa.
Lo giudico un privilegio.

Un privilegio? Non è un diritto?
Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.