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Piccola storia di resistenza.

30 Gen

Chissà come si dice “libertà” in lingua Nu Shu? Sicuramente, sarà scritta con forme curvilinee, tipiche del linguaggio segreto delle donne, vissute qualche secolo fa. Secondo gli studiosi, circa quattro secoli fa, quando la provincia cinese dello Hunan, abitata dalla minoranza Yao, venne conquistata dai cinesi, i quali imposero la loro cultura patriarcale, senza troppa delicatezza nei confronti delle donne. Ma le donne, si sa, nei millenni hanno affinato le loro tecniche di resistenza, a tutti i soprusi, a tutte le vessazioni, a tutte le dominazioni fisiche e, soprattutto, psicologiche e, anche le donne Yao hanno trovato un modo per essere libere: inventarsi una lingua tutta loro, tramandata di madre in figlia, un alfabeto composto da circa 7.000 caratteri sinuosi e curvilinei, a differenza degli ideogrammi cinesi che invece sono più squadrati, da usare per comunicare tra loro, per raccontarsi le difficoltà e darsi conforto per una vita matrimoniale che le condannava inesorabilmente alla sottomissione nei confronti dell’uomo scelto per loro come marito, e al silenzio. Le parole della resistenza, o delle libertà, delle donne Yao, sono rimaste segrete, e incomprensibili agli uomini, per secoli, sepolte sotto terra durante la Rivoluzione culturale di Mao, e si pensava che quel prezioso patrimonio si fosse definitivamente estinto con la morte, l’anno scorso, dell’ultima donna in grado di parlare il Nu Shu e, invece,  così non è stato. Altre donne si sono impegnate, stavolta per resistere all’oblio e per rendere immortali quelle parole, hanno tradotto gli ideogrammi segreti e pubblicato il primo alfabeto Nu Shu, facendo diventare l’antica lingua della resistenza una moda tra le signore cinesi del ventunesimo secolo e addirittura fonte di reddito per i villaggi dello Hunan. Insomma, i moderni raccolgono il frutto delle fatiche, dell’intelligenza e della resistenza delle donne vissute secoli fa e questa storia mi piace per un motivo molto semplice: la libertà trova sempre un modo.

Google la Tigre?

14 Gen

Il 2010, per i cinesi è l’anno della Tigre. La Tigre rappresenta il coraggio, la forza, e difende la casa dai ladri, dal fuoco e dai fantasmi, si oppone alle forze del male e divora le influenza malefiche, insomma, la Tigre è un tipetto degno di rispetto. Se i fondatori di Google dovessero rimanere fermi sulle loro posizioni, oserei dire che la Cina ha a che fare con una piccola Tigre venuta da lontano, per proteggere la propria casa da ladri (di idee e segreti industriali) fuoco (che distrugge l’altrui libertà) fantasmi (di controllori delle menti).

Ebbene, come spiega molto bene Vittorio Zambardino (il quale riprende molte informazioni dal sito Computerworld) il motore di ricerca Google, sbarcato da qualche tempo anche in Cina, nei giorni scorsi ha subito numerosi attacchi da parte di hackers cinesi, che sono riusciti a rubare l’accesso degli amministratori di sistema dei computer di molte aziende e hanno sbirciato tra i segreti industriali piuttosto delicati, quindi, tra gli algoritmi del motore di ricerca, dati operativi di un’azienda finanziaria, codici di programmi molto avanzati (per me aramaico, per loro oro allo stato puro). Naturalmente, già che c’erano, hanno pure tentato di infilarsi nella posta elettronica di cittadini cinesi dissidenti, attivisti che lottano per i diritti umani. La risposta di Google è stata pronta e, si potrebbe definire tigrescamente adeguata: ha eliminato tutti i filtri imposti al motore di ricerca dal governo cinese (inizialmente accettati) tutte le censure ai siti “proibiti”, compreso quello del Dalai Lama, in pratica, “tu violi il contratto ed io faccio altrettanto, ora possiamo trattare”. Il fatto è che, quella tra Google e il governo cinese, non è semplicemente una battaglia per il rispetto di accordi contrattuali, è una piccola grande lotta per la libertà, per l’indipendenza della rete dalle ingerenze dei governi perché, se è vero, come ha affermato il Ministro Wang Chen, che “i media su internet devono servire a guidare l’opinione pubblica”, è anche vero che quell’opinione pubblica, in un Paese democratico, deve avere informazioni il più possibile obiettive, altrimenti si può serenamente parlare di regime non di Repubblica popolare.

Il Nobel all’intenzione.

9 Ott

Il premio Nobel per la pace, è stato assegnato a Barack Obama «per i suoi sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli (…) la visione e gli sforzi di Obama per un mondo senza armi nucleari» inoltre «è stato riconosciuto soprattutto il valore delle sue dichiarazioni e degli impegni che ha assunto nei confronti della riduzione degli armamenti, della ripresa del negoziati in Medio Oriente e la volontà degli Stati Uniti di lavorare con gli organismi internazionali. Molto di rado una persona è stata capace di dare speranza in un mondo migliore e di catturare l’attenzione del mondo quanto è riuscito a Obama». In pratica, dal momento che, da quando Obama è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, nel mondo ancora non è scoppiata la pace, e non si è nemmeno deciso cosa fare in Afghanistan, si tratta di un Nobel alle buone intenzioni e alle bellissime parole pronunciate quotidianamente dal Presidente. A me sembra un riconoscimento un po’ prematuro, comunque, contenti loro, contenti tutti, un Nobel non si nega a nessuno.

D’altra parte, anche recentemente Obama si è prodigato in favore della pace, rifiutandosi di ricevere il Dalai Lama, premio Nobel per la pace, per evitare di irritare la Cina, ufficialmente, in previsione di un accordo per limitare la minaccia nucleare proveniente dalla Corea del nord e dall’Iran, presumibilmente, anche per ragioni economiche (basta rileggere la dichiarazione di Hillary Clinton durante la sua visita in Cina). Nei processi di pace, si sa, le minoranze sono destinate a soccombere e a subire la pace altrui. Mi pare giusto ricordare che nel 2007 il Dalai Lama è stato ricevuto dal Presidente Bush.

Mezzi di trasporto nel mondo.

25 Apr

  Ogni tanto, quando ho la sensazione di vivere in un Paese di frutta&verdura (cavoli, banane, fate voi) mi prende la passione esterofila, cioè all’estero tutti mi sembrano più intelligenti degli italiani, più giusti, più buoni, più belli, più simpatici, più tutto, insomma. Mi dico “chissà come funzionano bene le cose, in Esterolandia, chissà come sono felici i cittadini, che vanno in giro con i loro diritti civili sempre in tasca, pronti a tirarli fuori al momento giusto e farli valere!” e decido, parto, vado e divento anch’io Esterolandese, giusta tra i giusti. Bene. Prima di partire, però, è sempre meglio informarsi con un certo anticipo sui mezzi di trasporto locali, per evitare spiacevoli sorprese. Per esempio, quando ho deciso che sarei partita in Cina, Paese in fase di grande crescita economica, ho scoperto che la Jinguan Auto ha inventato un piccolo autobus molto particolare che, senza dubbio, risolve gravi problemi di inefficienza ma che, ad una come me nata in un Paese poco efficiente come l’Italia, potrebbe far pensare che la grande Cina sia un Paese di frutta&verdura decisamente più marce delle nostre: i minibus sono lunghi 7 metri, hanno 17 posti, sono dotati di una telecamera e di un lettino, insomma, hanno tutta l’attrezzatura necessaria per eseguire un’iniezione letale e trasportare il cadavere ancora caldo del condannato all’ospedale, in modo che i suoi organi possano essere espiantati velocemente e rivenduti altrettanto velocemente. L’efficienza e la crescita economica prima di tutto. Allora, siccome i mezzi di trasporto cinesi non mi sembravano adeguati alle mie esigenze, ho deciso di partire in Israele, in particolare a Gerusalemme, lì sarei stata, senza alcun dubbio, giusta tra i giusti (senza riferimento ai Giusti, sia chiaro). A Gerusalemme, i mezzi di trasporto funzionano bene, così dicono, però hanno qualcosa di immondo che, secondo alcuni uomini assai intelligenti, va eliminato: uomini e donne viaggiano insieme e si schiacciano come sardine, o meglio, si toccano senza pudore soprattutto nelle ore di punta. Praticamente, gli autobus di Gerusalemme non sono altro che ritrovi per orge, camuffati da mezzi di trasporto, i geniali rabbini ultraortodossi l’hanno capito e hanno fatto una petizione per chiedere che uomini e donne viaggino su autobus separati, non si sa come andrà a finire. Per intenderci, gli stessi rabbini, poco tempo fa, hanno impedito che sugli autobus venisse mostrato il volto di candidate donna durante le elezioni. Purtroppo, anche i mezzi di trasporto di Gerusalemme, in mano a dei maniaci sessuali frustrati, non soddisfano le mie esigenze, perciò, passata la passione esterofila, mi dovrò accontentare del solito pullman dell’ARST.