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Blogging in the wind.

2 Set

Qualche giorno fa, ho letto sul Corriere della Sera una notizia a dir poco illuminante: nella classifica dei lavori più ambiti dagli italiani, l’ultimo posto è occupato da una categoria particolare, assai particolare, molto più che assai particolare, si tratta di quella bizzarra figura nota come “blogger”. In questi anni, non avevo capito che questo incessante postare, farneticare, picchiettare sulla tastiera, fosse considerato un lavoro! Insomma, da quando l’ho scoperto sto valutando se trasferire i capitali accumulati con questa professione dalla banca del Lussemburgo, dove solitamente faccio i miei depositi, a quella delle Cayman dove, pare, gli impiegati sono più gentili e non fanno troppe storie per un bonifico. E così, mentre mi trovavo nella sala d’aspetto della mia banca lussemburghese, ho composto l’inno del blogger, perché non è ammissibile che dei grandi lavoratori come i bloggers non abbiano un motivetto da canticchiare mentre scendono in piazza, o si arrampicano sulla testata del loro blog, per rivendicare i loro sacrosanti diritti sindacali. Sono sicura che il grande Bob Dylan mi perdonerà e mi perdoneranno anche gli inglesi per le licenze poetiche (!!). Quante parole dobbiamo postare per essere considerati blogger? Quanti polpastrelli dobbiamo consumare prima di essere ascoltati? La risposta, amico mio, blogga nel vento.

 

How many words

Must a man

Post up

Before you call him

A blogger?

 

Yes, and how many finger-tips

Must a man

Consume

Before you listen to him?

 

The answer, my friend, is

blogging in the wind

The answer is

blogging in the wind