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The Simple Interview- by Jack N John (“Non so chi è un down ma posso raccontare chi è Giovanni”).

5 Apr

Anche questa è poesia. E io non ho altre parole da aggiungere.

Le faccine come antidoto per l’infelicità :-) :-) :-)

23 Mar

logo-bandiera-madauLa notiziona è di qualche giorno fa: il campionato mondiale italiano della felicità è stato vinto da Cagliari, il capoluogo di un’isola spuntata qualche milione di annetti fa, in mezzo al Mediterraneo, terra di bronzetti, di nuraghi, di pecore, di mare cristallino, di sottosegretarie inette, di gloriosi politici, di Presidenti della Repubblica luciferini, di buon vino, di pabassinas,  di gente con le pezze al culo, splendore ai confini dell’Impero. Cagliari, in base alle vagonate di faccine sorridenti infilate nei tweet  analizzati da un indicatore chiamato “iHappy”, è la città più felice d’Italia. La notizia sembrerebbe stonare con gli altri dati della realtà, quelli dell’indicatore “iFame” che ci dice quanti fanno (quasi) la fame in Sardegna e ci indica tassi di disoccupazione e povertà spaventosi, che potrebbero agevolare un certo livello di infelicità. E invece no, noi, come i cubani che ballano sempre e sono allegri nonostante tutto, e come Bocca di Rosa che metteva l’amore sopra ogni cosa, mettiamo le faccine sorridenti su ogni cosa, su Twitter, e anche sugli spaghetti al pomodoro, nel ripieno dei culurgiones, fra un po’ persino sulla bandiera dei Quattro Mori, perché questo è il nostro modo di reagire e perché, in fondo, noi l’abbiamo sempre saputo che il maestrale risolve ogni cosa e, alla fine, ci porta pure la felicità. A chent’emoticons 🙂 🙂 🙂

Quel tè che non gusterò mai più.

20 Mar

19_cocktail_p117--420x520Sono le sei di pomeriggio di un’estate caldissima, in una Hammamet affollata di turisti, giovani del posto che fanno le “vasche” sul lungomare, viaggiatori di tutte le nazionalità, negozi che espongono ninnoli, cianfrusaglie e qualche bel pezzo di artigianato locale, l’aria è dolce, sa di gelsomino, zenzero, cannella, e la luce del sole rende i colori della città ancora più vivi, quasi liquidi. Siamo negli anni novanta, tutto deve ancora succedere. La devastazione totale delle nostre menti “globalizzate”, la follia, e la paura, sono ancora in letargo, ma vengono nutrite silenziosamente da qualche oscuro demone, che riesce a provare piacere solo con l’infelicità del mondo. Ma oggi, in questo viale affollato, siamo ancora ingenui, fiduciosi e curiosi di scoprire nuove culture, di conoscere nuove persone, di assaggiare cibi diversi dagli adorati spaghetti. Siamo illusi, senza esserne consapevoli. In questo caldo pomeriggio, pieno di sole, abbiamo soltanto voglia di annusare l’aria e camminiamo senza una meta particolare, ascoltando il suono di mille lingue che si sovrappongono, italiano, francese, arabo, tedesco, russo, affascinati dall’armonia che nasce da tutta quella mescolanza di vocali e consonanti. Osserviamo le persone che ci stanno intorno, le persone del luogo, gli stranieri, niente fa pensare che quell’oscuro demone stia lavorando in silenzio. Guardiamo le vetrine dei negozi e la nostra attenzione si sofferma su una bella esposizione di tappeti, kilim, macramè, berberi, ne abbiamo visti tanti durante questi giorni, sopratutto nella affascinante Kairouan, ma non ci stanchiamo di ammirarli. Mentre siamo davanti alla vetrina, e indichiamo questo o quel tappeto, un uomo sui quarant’anni, probabilmente il proprietario, esce dalla porta d’ingresso e, con un italiano quasi perfetto, ci invita ad entrare, in modo da vedere l’intera esposizione. Entriamo, senza pensarci troppo, e ci rendiamo conto che il negozio è praticamente vuoto, a parte noi tre, due donne, o meglio una ragazzina e una donna, e un uomo sconosciuto, in terra straniera. L’uomo, un commerciante decisamente sveglio ed esperienza in tecniche di vendita acquisita sul campo, ci mostra altri, splendidi, tappeti e dopo qualche minuto ci invita a seguirlo in un’altra sala “vi offro un bicchiere di tè alla menta, vi piace?”, noi non lo abbiamo mai assaggiato, e lo seguiamo, anche in questo caso senza pensarci troppo. “Accomodatevi” e indica due poltroncine, posizionate, insieme a due sedie, intorno ad un piccolo tavolino in legno, tondo e basso, sono decisamente comode. L’uomo continua a chiacchierare mentre prepara il tè, lo versa in piccoli bicchieri decorati, simili a quelli che un tempo si usavano dalle nostre parti per offrire il rosolio durante le mitiche feste di fidanzamento “in casa”, e li poggia su un vassoio d’argento decorato. Lui prende posto su una delle sedie, accanto alle nostre poltroncine, e continua a conversare amabilmente e così, io e mia madre, per la prima volta nella nostra vita, assaggiamo il tè alla menta, caldo e dal profumo intenso. Ha un gusto delicato, è dolce (ma quando ha messo lo zucchero? Era zucchero? Rimarremo per sempre con il dubbio) ed è ottimo. Ancora qualche chiacchiera e poi decidiamo di andare, l’uomo ci saluta con un sorriso allegro, ci accompagna verso l’uscita e, gentilmente, ci augura buon viaggio “divertitevi al Bardo e non dimenticate di visitare Sidi Bou Said!”. Lui non ha venduto neanche un tappeto e noi abbiamo gustato il migliore tè alla menta della nostra vita. Non sarà più così, non avrà più quel gusto, mai più.  Nel frattempo, infatti, il demone ha iniziato a godere e gli uomini lo hanno assecondato.

Idioti, avete, abbiamo, rovinato tutto.

La felicità, a tutte le età.

19 Mar

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Le età della felicità
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(di Lorenzo Marone*)

La felicità non è qualcosa di statico che sta lì e non cambia, che puoi afferrare a dieci anni come a ottanta o novanta. La felicità si mostra per quello che è, una sensazione duttile, che cresce, si trasforma e forse invecchia, proprio come facciamo noi. La felicità di un bambino nello scartare un gioco non può essere la stessa che prova un anziano nel ritrovare una vecchia foto. Quello che ci rende felici a trent’anni non avrà la forza di farlo a sessanta. L’inconsapevolezza giovanile, la voglia di spaccare il mondo, il senso di onnipotenza che rende quell’età unica e irripetibile non potrebbero sopravvivere al passare degli anni, e se accadesse vorrebbe dire che qualcosa è andato storto.

Non esiste una sola felicità.

Fino ai dieci anni la felicità è inventarsi un gioco
Tuo nonno apre l’armadio e tu avverti il solito odore di naftalina che ti fa stare bene. Quando si gira, ha in mano il volante di un’auto, uno vero, ti spiega, quello della sua vecchia Cinquecento, che si è fatto smontare apposta per te. Lo guardi strabiliato, lui ride, ti dà un buffetto sulla guancia e se ne va, mentre tu rimani ad accarezzare il fantastico oggetto grigio con il pulsante del clacson nero e rosso al centro. Devi provarlo: ti siedi sulla poltrona e lo appoggi alle ginocchia. Ora hai anche tu la tua Cinquecento, gialla e col tettuccio apribile, come quella del padre del tuo migliore amico. Di là ti stanno chiamando, è ora di cenare. Dovranno aspettare, adesso sei impegnato. Inserisci la marcia, impugni il volante con entrambe le mani e parti a tutta velocità, tanto sulla tua strada non ci sono né semafori, né incroci. Ancora per un bel po’.

A vent’anni la felicità è poter rincorrere la vita inconsapevoli
Il rumore della Vespa copre la sua voce, mentre il vento ti sbatte in faccia il mare che ruggisce contro gli scogli. Il mento di lei è nell’incavo della tua spalla, i suoi capelli ti svolazzano davanti agli occhi, le labbra ogni tanto si poggiano sul collo e le braccia ti avvolgono, anzi ti avvinghiano, una attorno al bacino, l’altra quasi aggrappata al torace. È come se la stessi portando sulle spalle, e ti stringe così forte che puoi sentirne il seno dietro le scapole. Fra poco vi fermerete sulla vostra panchina. Fra poco. Per adesso, invece, siete ancora qui, a sfidare l’aria, il vento e il mare, a rincorrere la vita, a ridere e a riempirvi i polmoni di questa strana brezza che una volta giunta nel petto provoca una specie di gorgoglio, come il bicarbonato che si scioglie nell’acqua. Forse vent’anni sono pochi per capire che quel gorgoglio è la felicità. Ma, in fondo, chi se ne frega.

A trent’anni la felicità è un progetto
Le stelle di questa notte d’estate punteggiano il cielo mentre voi quattro ve ne restate distesi sulla sabbia accanto al fuoco che borbotta assonnato. Gli altri sono andati a dormire, voi, invece, avete ancora voglia di sognare. Perché stasera è la notte in cui tutto è permesso, persino sperare che non passi mai. Ti accendi una sigaretta e ti perdi l’ennesima stella che graffia il cielo. Ma fa niente, perché state parlando di donne, di futuro e di passato, di progetti, e di quest’estate che presto finirà e vi renderà un po’ più grandi, forse un po’ più distanti. Per adesso, però, il sole non è ancora sorto e le stelle continuano a cadere. Perciò fai un tiro e cacci il fumo dal naso, mentre ridi per l’ennesima stupida battuta. Continua a leggere

L’ultima frontiera dell’emancipazione femminile: dàlla via e non ti lagnare.

13 Mar

Canguro_sdraiatoCome dare torto alla ormai mitica dott.ssa australiana Gabrielle Mc Mullin? La saggia donna, dall’alto della sua grandiosa carriera come chirurgo vascolare, naturalmente può permettersi di dispensare consigli su come realizzarsi ed esprimere il proprio potenziale nel migliore dei modi (si usa molto, questa cosa del potenziale da esprimere) e può farlo senza finte ipocrisie e senza tentennamenti. E allora, che cosa suggerisce la dottoressa che “ce l’ha fatta” alle donne che vogliono farcela come lei, che intendono realizzarsi anche nel proprio lavoro? Semplice: se il tuo capo ti chiede di usare il tuo corpo per qualche ora, così, tanto perché ne ha voglia, lasciaglielo fare e stai zitta, non fare come quella mezza scema che aveva denunciato il tipetto e  “nonostante la vittoria in tribunale, non è riuscita ad ottenere il posto. La sua carriera è stata rovinata per colpa di questo uomo che ha chiesto di fare sesso una sola notte. Realisticamente avrebbe fatto meglio ad accettare“.  Accidenti, nemmeno Einstein avrebbe mai potuto avere un’idea così originale. Questa donna è un vero genio.
D’altra parte, la vita è fatta di compromessi, uno in più uno in meno, che differenza fa? Agli uomini viene richiesto di essere preparati e magari di avere qualche conoscenza nei posti giusti, alle donne, considerata la conformazione fisica, che induce naturalmente allo scambio sesso-carriera, viene richiesto di essere preparate, adeguatamente depilate, e pronte all’uso. Non sarà originale ma è efficace. Fatevene una ragione, ragazze, in Australia come in Italia, qualcuno deve pur dirvelo senza ipocrisia e senza tentennamenti, se il vostro capo  vuole darvi dei suggerimenti extra su come avere successo nella vita, e vuole farlo mentre ha i pantaloni abbassati e voi gli praticate una fellatio o simili,  fatelo e basta, senza troppi problemi, altrimenti peggio per voi, non vi lamentate se altri/e vi sorpassano.  Anzi, vi saltano. Gif animate Canguri (18)

Tu sei una donna che …

11 Mar

“Tu sei una donna che …”, che .. ? Peccato non aver avuto la grande opportunità di sentire il seguito della frase, che il grande esperto islamista Hani al-Seba’i (suscettibile? Pieno di sé?) rivolge alla sua intervistatrice, Rima Karaki, magari ci avrebbe rivelato grandi e profonde verità sul ruolo delle donne nella società. Un vero peccato. Ma possiamo consolarci guardando la sua espressione desolata mentre gli viene tolto il collegamento. Bye bye.

La mamma è l’assassina? Evviva.

12 Dic

Quando un bambino, qualsiasi bambino ovunque nel mondo, muore, le uniche parole adatte sono quelle che non si dicono. Perché davanti alle cose inspiegabili e giganti della vita, si può solo tacere. Quando un bambino viene ucciso, invece, ci sentiamo tutti autorizzati a parlare, ad accusare con ferocia, a condannare velocemente e senza un processo, la prima persona con quella faccia un po’ così, con quell’espressione da assassino che finge di non esserlo, con quell’atteggiamento finto disperato, come quello di una madre che “non può non essere l’assassina del piccolo Loris”.  E tutti a festeggiare per una madre indagata per omicidio, festeggiare per aver avuto ragione, perché “l’avevamo detto noi giornalisti che quella fingeva di essere una santarellina”, con un assurdo e spietato compiacimento che stona terribilmente con la gravità di un’accusa devastante, sia che alla fine risulti fondata o meno. E per l’ennesima volta, i processi vengono fatti dalla stampa, giudice supremo del bene e del male, incapace di autolimitarsi. Viva l’Italia.