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Giraffa e il Bosco incantato delle Sette Cascate (IX Puntata – La giraffa Cercalù)

4 Feb

giraffa7«Cari amici, sono contenta di raccontarvi l’antica leggenda di Cercalù, la mia antenata, la prima giraffa arrivata sulla Terra,  la Grande Giraffa Madre. È una storia tramandata dai padri e dalle madri ai propri figli e ogni giraffa la impara a menadito, per poi raccontarla, a sua volta, ai propri discendenti. Cercalù era una piccola giraffa, con il pelo giallo e le macchie marroni, con le zampe lunghe, il corpo massiccio, la lunga coda, le corna pelose e il collo…corto, o meglio, più corto rispetto a quello che noi tutte abbiamo oggi, diciamo lungo come il collo delle zebre. La piccola Cercalù era nata in una notte di luna piena e, fin da piccola, aveva espresso un unico desiderio: arrivare fino alla luna, soltanto per sfiorarla con il muso.

Naturalmente, tutti la scoraggiavano, la sua famiglia, i suoi amici, addirittura i conoscenti. Le scimmie, chissà perché, erano le più agguerrite, dicevano «è impossibile che una giraffa dia un bacio alla luna, I-M-P-O-S-S-I-B-I-L-E, mettitelo in testa, piccola sciocchina».

Ma anche gli elefanti, considerati i più saggi della savana, le consigliavano di lasciar perdere «Giraffa, caro tesoro, tutti noi siamo troppo piccoli per poter arrivare alla luna, possiamo solo ammirarla da quaggiù. Vai per la tua strada e non pensarci più», così parlò il Vecchio Elefante.

Però, la mia antenata, forse anche per colpa del nome, che un po’ ricordava la luna, non voleva sentire ragioni, anzi, secondo gli abitanti della savana, non sapeva proprio cosa fosse la ragione,«prima o poi, arriverò fin lassù, vedrete!».

Immaginava i modi più difficili per arrivarci: un ponte fatto di rami d’acacia; una torre altissima, realizzata con tutti gli animali della savana, messi uno sopra l’altro; l’allungamento del suo collo, con tanti esercizi quotidiani.

Ogni giorno,  si allenava ad allungare il proprio collo, con disciplina, tenacia, costanza.

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Narra la leggenda che un giorno, mentre Cercalù era intenta a consumare la cena in compagnia del suo amico facocero Metemagno, il quale non aveva mai desiderato né baciare né abbracciare nessuna palla bianca nel cielo, lui le disse, tra un boccone e l’altro, “guarda, secondo me, è più semplice di quanto pensi, devi solo rilassarti, stare tranquilla, non pensarci troppo, ecco”. Quelle parole la colpirono molto.

Da quel momento, Cercalù iniziò a ripetere la frase del suo amico, “è più semplice di quanto pensi”, tutti i giorni e tutte le notti. Quasi non dormiva più, faceva gli esercizi per allungare il collo e ripeteva la sua frase, e in quel modo, si tranquillizzava. Però, il modo per arrivare alla gigantesca guancia lunare, proprio non le veniva in mente. E così, trascorsero le ore, i giorni, gli anni.

Cercalù continuava con i suoi esercizi per allungare il collo, «hop, hop, hop, vedrai, vedrai che ci arriverò» e, lentamente, il suo collo diventava sempre più lungo, fino ad arrivare alla cima dei grandi alberi di acacia, con enorme stupore di tutti gli abitanti della savana. Ma, nonostante il suo collo fosse diventato sempre più lungo, Cercalù non riusciva ad arrivare alla grande luna, era sempre troppo lontana.

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Fu così che una notte, la mia antenata, ormai diventata adulta, e quasi rassegnata, volle fare un ultimo tentativo e si rivolse direttamente alla luna, con queste parole: «grande Luna, in una lontana notte d’estate, tu mi hai vista venire al mondo, mi hai guardata con i tuoi grandi occhi dolci, hai vegliato su di me in tutti questi anni, come una madre, ma non hai mai voluto che venissi lassù, da te, ed io rimango sempre troppo piccola per salire da sola e darti solo un bacio, proprio come si fa con le mamme. Grande luna, indicami la strada e la seguirò» e si addormentò.

Secondo la leggenda, quella stessa notte, Cercalù si svegliò, dopo aver sentito uno strano fruscio accanto a sé, e appena aprì gli occhi si rese conto che il cielo era diventato completamente buio, senza nemmeno uno spicchio di luna, mezza luna, tre quarti di luna, niente di niente, era come se la luna se ne fosse andata in vacanza. In quel momento, pensò “ecco, ho sbagliato a parlare alla luna. Avevano ragione tutti gli altri, è meglio lasciar perdere, tanto è solo una palla bianca, anche un po’ strana, addirittura più strana di me” e, delusa, decise di tornare a dormire.

Ma, proprio mentre stava per ricominciare a sognare, vide un’insolita luce spuntare dal manto di foglie accanto a lei.

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Incuriosita, lo smosse un poco con la zampa e, all’improvviso, vide l’enorme palla bianca e luminosa che la guardava divertita e, placidamente adagiata sulla terra, le disse, con i suoi occhi dolci: “vedi, cara Giraffa, io ti ho sempre ascoltata e ho sempre vegliato su di te, che sei la mia figlioccia adorata, ma per realizzare il tuo grande desiderio,dovevi prima crescere, diventare forte, fare il tuo meglio per diventare la bellissima creatura con il collo lungo che ora sei. Dammi un bacio, Giraffa cara, e torna a sognare”. E così fece, Cercalù diede un bacio alla luna e si addormentò.

Da quella notte, tutti gli abitanti della savana compresero la sua forza e il suo coraggio, ne ebbero quasi timore, e la trattarono con grande rispetto.

La nostra antenata diventò, così, per via del suo lungo collo e del coraggio dimostrato, la sentinella e la custode della savana, con l’mpegno di tramandare i suoi doni alla propria discendenza.

Ecco, cari amici, questa è la storia della nostra grande famiglia».

I miei amici, disposti intorno alla grande Quercia, rimasero in silenzio per un po’. Mi

guardarono senza fiatare ed io non capivo se la mia storia li avesse annoiati al punto

da farli dormire con gli occhi aperti o chissà cos’altro. Il primo a rompere il silenzio

fu Nando, «ehi, sore’, ma questa è una storia super bella!!! Finalmente, ho capito perché sei strana! Hai ereditato tutto dalla tua antenata!».

E Inut, «cara Giraffa, direi che la mia curiosità è stata soddisfatta in pieno. La tua antenata è stata molto coraggiosa a credere fino all’ultimo di poter dare un bacio alla luna e, alla fine, è riuscita nel suo intento. Hai una grande eredità da portare avanti: credere sempre in quello che fai».

I lombrichi in coro, «oh, Giraffa, ma è una ftoria belliffima! Anche il Grande Lombrico, il noftro antenato, è ftato molto coraggiofo, un giorno riufì a non farfi mangiare da un merlo!».

Infine la Grande Quercia, «cara Giraffa, grazie per la tua storia. Ora conosciamo un po’ meglio le tue origini, la tua grande e antica famiglia. Come ha detto Inut, hai una grande eredità da tramandare, fanne tesoro, sarà la tua forza».

Come diceva mio padre a noi piccole giraffe «noi apparteniamo al glorioso popolo delle giraffe, forte e coraggioso, non dimenticatelo mai!». Non l’ho mai dimenticato.

Giraffa e il Bosco incantato delle Sette Cascate (VIII Puntata)

6 Dic

giraffaProsegue la favola a puntate … Prendete posto accanto al fuoco scoppiettante, scaldatevi pure con l’infuso di pioggia del monte e assaggiate i biscotti con essenza di fruscio notturno, e dimenticate la realtà per qualche minuto 🙂

***

«Isadora?».
«Sì?».
«Voglio vedere le Cascate».
«Le vedrai, Giraffa, le vedrai».
«Ma le voglio vedere subito, ho un desiderio molto grande da realizzare».
«Lo so, Giraffa, lo so ma dovrai portare pazienza e farai ogni cosa quando sarà il tempo giusto».
«E come si sa quando è il tempo giusto?».
«Si sente in fondo al cuore, lo sanno le tue zampe, il tuo cervello, i tuoi muscoli, e sono pronti per partire».
«Ma io sono pronta per partire! Il mio cuore sente di voler partire, i miei muscoli, le mie zampe e il mio cervello sono proprio pronti, veramente!».
«No, Giraffa, il tuo cuore adesso è in tumulto, i tuoi muscoli fremono, le tue zampe sono stanche e il tuo cervello è pieno di pensieri. Non è ancora il tempo giusto per visitare le altre Cascate. Ne hai appena vista una molto bella e molto importante, e hai incontrato una creatura assai saggia e speciale come la grande Quercia».
«…».
«La vita, nel Bosco, è fatta di corse, di voli, di silenzi, di incontri, di lavoro. Ognuno di quei momenti è importante e bisogna viverlo con il cuore grato e la mente sveglia, poiché sono i milioni di modi in cui la vita ci mostra la sua bellezza e bisogna riconoscerli, sempre. La vita nel Bosco non è fatta solo di grandi desideri, piccola Giraffa, ricordalo sempre, è fatta di piccole, meravigliose, realtà e se le vivrai con gioia, anche i grandi desideri si avvereranno, senza che tu te ne accorga e senza troppo affanno. Stai tranquilla, ogni cosa accadrà, nel tempo giusto. E ora, sbrighiamoci, devi conoscere la tua nuova famiglia» e Isadora volò in alto a giocare con il vento.
«Isadora?».
«Sì?».
«Posso dirti una cosa?».
«Certo».
«Sei più forte di mille leoni della savana».
L’amica aquila mi guardò divertita, «ah sì? E allora, corri, o potei sbranarti in un solo boccone!».

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Tornammo a casa il mattino seguente, dopo esserci fermate a dormire al Rifugio del Viandante e aver ascoltato i racconti dei pipistrelli e degli altri viaggiatori, di ritorno dalle loro visite alle Cascate.

Al nostro arrivo, trovammo ad attenderci Cirisbonzia e Cristobalbo, i miei genitori adottivi, emozionati per quella grande novità dotata di zampe e collo lunghissimi.

Erano due tipetti simpatici e giovali, stavano in giro tutto il giorno, tra le radure o tra i cespugli, lavoravano tanto ma si godevano la vita nel Bosco, ed erano molto protettivi con i loro figli, ossia Tarcisio detto Nando, che era poco più grande di me , e i due piccoli Sirbo e Neddu.

Mi accolsero con amore e badarono a me con grande generosità.

Cirisbonzia si premurava sempre che avessi da mangiare e da bere in abbondanza, «tu sei una che cresce ancora, te lo dico io, arriverai fino alla chioma della grande Quercia!», mentre Cristobalbo mi dava lezioni di vita nel Bosco, con le sue frasi che somigliavano a quelle di mio padre, ma ancora più brevi e, talvolta, misteriose, del genere «eh, qui, la vita…», oppure «eh, nel Bosco non si può mai sapere», o ancora «umpf!».

Anche Nando era un buon cinghiale, e si rivelò un fratello altruista e un amico sincero. Dopo il nostro primo incontro, non proprio pacifico, lui ed io diventammo inseparabili compagni di giochi e di avventure.

«Ehi, Giraffa, da oggi, noi due diventiamo una specie nuova di fratello e sorella, lo sai?».
«Be’, sì».
«Bene, sei strana ma sei anche una tipa sveglia! Senti, allora, d’ora in poi, ti chiamerò sore’, che mi piace molto».
«Va bene, frate’».
Quello fu il nostro primo dialogo da fratello e sorella di una nuova specie.

D’altra parte, pur avendo dimensioni molto, molto, molto diverse, eravamo quasi coetanei e ci piacevano le stesse cose: correre tra cespugli e grandi alberi; sguazzare nelle acque fresche e limpide dei laghetti, insieme ai pesci, ai rospi,  alle raganelle, ai gamberetti; fare scherzi a Cirisbonzia e a Cristobalbo; tirare la coda ai piccoli Sirbo e Neddu; fare visita alla grande Quercia, ascoltare i suoi racconti, farla ridere per farle perdere il filo del discorso; giocare a nascondino con i cervi (Nando vinceva sempre, io mai, eppure mi nascondevo benissimo); organizzare il torneo di salto del lombrico; partecipare alla sagra del vento al contrario; giocare a “prendi il corbezzolo più in alto” (l’avevo inventato io e, chissà perché, vincevo sempre).

Nel Bosco c’erano tante cose da fare, luoghi segreti da scoprire, nuovi amici da conoscere, nuovi frutti da assaggiare. Insomma, non c’era proprio da annoiarsi. I miei momenti preferiti, però, erano quelli trascorsi insieme a tutti gli abitanti, in occasione del pranzo del Bosco , o nelle lunghe sere d’estate e nei pomeriggi invernali.

Il pranzo del Bosco si teneva ogni mese, nella Radura degli Agrifogli oppure, in caso di piogge molto forti, nella Grotta del Temporale, e dava modo ad ognuno di noi di realizzare fantasie culinarie di ogni tipo: alcuni portavano insalate di radici e rugiada; altri, zuppe di mistero con germogli di risate; altri ancora, biscottini ai raggi di sole, ricoperti di sorrisi al velo. Un sacco di cose buone! Come dite? Volete sapere quale prelibatezza preparavo io? Ah, be’, è semplice, il mio piatto forte era, ed è tutt’ora, l’insalata di fantasia con gocce di sole e brezza soffiata, appena verrete a trovarmi ve la farò assaggiare e mi direte! I nostri pranzi non erano come tutti gli altri: non c’erano posti assegnati a tavola, non c’era proprio la tavola, e ognuno era libero di spostarsi da un luogo all’altro, per scambiare quattro chiacchiere con tutti, per scherzare, per cantare, per stare bene, insomma!

I pomeriggi invernali alla Caverna della Neve, e le sere d’estate vicino al Lago della Luna, invece, erano dedicai ai racconti di storie reali o di fantasia. I più bravi a raccontarle erano sempre la Grande Quercia e il Vecchio Cervo dorato, rimanevo affascinata dalle loro parole.

A me piace, soprattutto, ascoltare ma, qualche volta, mi diletto nel racconto, come quella volta in cui, in una sera d’estate, Inut, l’amico cervo, disse «su, Giraffa, perché non ci racconti qualcosa della grande famiglia delle giraffe? Mi incuriosisce sapere come mai avete quel collo così lungo! Ma credo che anche gli altri amici siano curiosi», «fì, fì, noi fiamo curiofi, perché hai quel collo, Giraffa?» dissero in coro i lombrichi, e la grande Quercia «coraggio, Giraffa, raccontaci una storia». E così, decisi di svelare ai miei amici del Bosco, il segreto del lungo collo delle giraffe, la leggenda di Cercalù, la mia antenata. (continua)

Un mondo senza giraffe.

4 Dic

5q8s7VCome sarebbe il mondo senza quelle creature altissime, pacifiche e dalle forme così bizzarre, che in Africa si stanno pian piano estinguendo? Sarebbe sempre lo stesso. Almeno per un po’. Continuerebbe a girare, in minima parte guidato da esseri a due zampe meglio noti come “umani”, illusi di avere il controllo su ogni elemento che lo popola, e convinti scioccamente di poter fare il proprio bene a discapito di tutti gli altri esseri viventi. Fino a quando si accorgeranno che la sorte delle giraffe potrebbe toccare a loro. Ma magari ci sarà un’associazione di lombrichi che si preoccuperà di salvarli.

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Per saperne di più:
Giraffe Conservation Foundation

Giraffa e il Bosco incantato delle Sette Cascate (V puntata – Le origini del Bosco delle Sette Cascate)

1 Nov

(Qui la puntata precedente)

giraffa sul pratoLì, mi sentivo veramente al sicuro, e così, sedetti accanto alla Grande Quercia, ad ascoltare la sua voce calma e serena.

«Vedi, i padri fondatori del Bosco delle Sette Cascate arrivarono in questa landa erbosa e rigogliosa, tanto, tanto, tanto tempo fa, ancora li ricordo, io all’epoca ero una giovinetta con circa duecento anelli nel tronco! Loro erano degli esseri umani, affaticati, doloranti, pieni di ferite, lividi e cicatrici, nel corpo e, soprattutto, nell’anima. Li sentivo parlare tra loro, raccontavano di guerre, di inimicizie, di fratelli contro fratelli, di padri contro figli, parlavano del dolore per il tradimento di un amico, si lamentavano delle bugie, delle ipocrisie del mondo dal quale erano scappati, e dicevano che qui, nel bosco, avrebbero iniziato una nuova vita. Inizialmente, pensarono che questo fosse semplicemente un posto meraviglioso, abitato da creature belle ma inconsapevoli, perciò iniziarono ad organizzare la loro vita quotidiana a proprio piacimento, spostando i massi e tagliando gli alberi per fare spazio alle loro semplici dimore.

Iniziarono a comportarsi come i padroni del Bosco.

Poveretti, erano talmente entusiasti della loro nuova vita che nemmeno si accorsero delle migliaia di occhi che li osservavano! E loro, ingenui, pensavano di essere soli o, comunque, di avere a che fare con creature poco intelligenti, anche un po’ sceme.

Addirittura, un giorno decidemmo di fare uno scherzo: rimanemmo in totale silenzio, per un giorno e una notte. Naturalmente, quelli che fecero più fatica, furono le cicale, i grilli e tutti i pennuti, li vedevo mettere le ali sul becco per non parlare e per non ridere! Ah, ah, ah! Comunque, loro, i tre uomini, erano così concentrati su sé stessi, da accorgersi che qualcosa era cambiato solo la sera, quando non udirono i grilli e i barbagianni. E quando al mio “via!” tutti ripresero a parlare, i tre fecero un bel salto per lo spavento. Oh, ragazzi, che spavento si son presi! Ah, ah, solo al pensiero mi vien da ridere e non riesco a fermarmi! Eh, ci siamo proprio divertiti. Eh già. Allora, grazie per la visita, Giraffa, passa quando vuoi!».

querciaDunque, vi devo chiarire una cosa: la Grande Quercia era incredibilmente saggia ma aveva pure oltre mille cerchi sul tronco, era proprio vecchietta, perciò era anche un po’ smemorata, o meglio sfarfallava, soprattutto quando ricordava episodi del passato che la divertivano.

Le risate le facevano dimenticare anche il presente.

Quindi, infransi la regola del silenzio e le ricordai il motivo per il quale ero al suo cospetto, anche Isadora approvò, e lei continuò.

«Ah, già, è vero, sei venuta per conoscere la storia e le tre Regole del Bosco. Ebbene, dopo l’episodio dello scherzo, i tre uomini cominciarono ad ascoltare meglio i suoni intorno a loro, ad osservare la vita delle altre creature che popolavano la landa rigogliosa che avevano scelto come nuova casa. Decisero, così, di non lavorare né alle prime luci dell’alba né al crepuscolo e di impiegare quel tempo per ascoltare e guardare con attenzione tutto ciò che accadeva nel Bosco.

Fu così che iniziò la nostra amicizia. I tre uomini, nei primi giorni, non udirono nulla di particolare. Poi, con mente e cuore liberi, sentirono e compresero il dialogo tra due pettirossi. Quello che, ad un primo ascolto superficiale, era un semplice scambio di «ciiiiip», «cip, cip, ciiiiiip» diventò un dialogo a loro comprensibile «senti, tu, vedi di spostarti da quel ramo, c’ero prima io!»,«no, vedi di spostarti tu, adesso sono arrivato io, questo ramo mi piace e ci rimango».

Fino a quando riuscirono a comprendere il linguaggio di tutte le creature del Bosco e, un bel giorno, presero coraggio e parlarono con noi.

«Cari amici, perdonate la nostra intrusione nel vostro mondo, ci eravamo illusi di essere i migliori, gli unici abitanti del Bosco in grado di modificarlo a nostro piacimento, senza preoccuparci di chi, come voi, qui aveva già la sua dimora e viveva felicemente. Siamo scappati dal male del mondo ma ci siamo resi conto che il male, insieme al bene, è nel cuore di ogni uomo, anche nel nostro, e può andare via solo se ascoltiamo, umilmente e senza pregiudizi, la voce di tutti gli altri abitanti del Bosco. Noi eravamo sordi e ciechi, troppo impegnati a pensare al nostro benessere e non ci rendevamo conto che la nostra felicità è legata a quella di tutti voi. Grazie per averci aiutato a capire. Solo insieme possiamo rendere le nostre vite gioiose e serene». Tutti noi rimanemmo in silenzio, non avremmo mai immaginato che quelle creature un giorno avrebbero compreso il nostro linguaggio e, soprattutto, avrebbero voluto costruire una vita felice insieme a noi.

Vedi, Giraffa, forse, anche noi ci eravamo lasciati guidare dai pregiudizi.

Dopo qualche minuto di silenzio, Isabella, la grande Aquila, trisavola di Isadora, prese la parola.

«La landa rigogliosa nella quale ci troviamo, ci accoglie tutti quanti, ci garantisce un rifugio per la notte, ci sfama, ci disseta, ci protegge, e lo fa generosamente, senza chiedere nulla in cambio. Qui, c’è posto per tutte le creature che conoscono l’amore e il rispetto per sé stesse e per gli altri, e voi, cari amici, oggi ci avete dimostrato di conoscerli molto bene, perciò, a nome degli altri abitanti, vi do il benvenuto nel Bosco delle Sette Cascate».

Quello stesso giorno, insieme, stilammo le regole del Bosco, come proposero i tre uomini (continua).

Le puntate precedenti:

I puntata – Il viaggio

II puntata – In fuga

III puntata – Gli abitanti del Bosco 

IV puntata – L’incontro con la Grande Quercia 

Giraffa e il Bosco incantato delle Sette Cascate (una favola a puntate).

3 Ott

giraffaNon so né come né perché abbia scritto una favola per bambini, non avendone nemmeno in giro per casa. Forse per divertimento, forse per mandar via la malinconia, forse solo perché doveva essere scritta.  È rimasta nel cassetto per un bel po’ di tempo, ora le è venuta voglia di uscire, mi ha detto “senti, bella, fammi uscire da questo bugigattolo! Magari qualche bambino, leggendomi, si divertirà o scaccerà via la malinconia o guarderà il mondo da un’altra prospettiva, proviamo!”. Mi ha chiesto di uscire e così ho esaudito il suo desiderio. Se la sua lettura sarà lieve a qualcuno, ne sarà felice, altrimenti “non ci dovete rimproverare se vana e sciocca sembrò la storia; ne andrà dissolta ogni memoria, come di nebbia se il sole appare, se ci accordate vostra clemenza, Gentile pubblico, faremo ammenda“.

*

Giraffa e il Bosco incantato delle Sette Cascate – I Puntata. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, a giraffe e a cinghiali esistenti è puramente casuale … CHE CI FA UNA GIRAFFA DENTRO UN BOSCO? Il mio nome è Giraffa Da Moltolontano, sono nata in Africa ma da tanti, tanti anni, vivo nel Bosco incantato delle Sette Cascate, un luogo magico, dove si parla un linguaggio segreto e si mangiano insalate di sole e germogli, dove ogni cosa trova il suo posto e gli abitanti sono felici. Vivo qui, insieme alla mia famiglia e a tanti amici, e sono una giraffa, avete presenti quegli animali con le zampe lunghe, il collo ancora più lungo, il mantello giallo con grandi chiazze marroni, con le corna pelose e la lunga lingua blu? Quelli che vivono nella savana africana, in mezzo ai leoni e alle gazzelle? Ecco, sono proprio una di loro. A questo punto, vi starete chiedendo, «ma che ci fa una giraffa africana nel Bosco incantato delle Sette Cascate?». Eh, si tratta di una storia lunga e avventurosa, non voglio mica annoiarvi… Come dite? Volete conoscerla ugualmente? Ah, be’, allora, se è così… Se proprio insistete… Prendete pure posto all’ombra della Grande Quercia, tra il ruscello e le violette, vi offro un bicchiere di rugiada e vi racconto la mia storia! images IL VIAGGIO Sono nata nella terra più antica del mondo, dove gli spazi non hanno fine e il cielo sembra più grande che in tutti gli altri continenti, dove il sole viene a riposare, dove ogni cosa è iniziata. Quella terra è l’Africa e lì ho vissuto per gran parte della mia infanzia, fino al giorno in cui qualcuno decise di farmi traslocare, senza chiedermi se fossi d’accordo. In Africa, vivevo con la mia grande famiglia, composta da mio padre, mia madre, i miei due fratelli, e tutti i cugini, gli zii, le zie, i nonni, e tantissimi amici. I miei vicini di casa erano i leoni, le gazzelle, i grandi gnu, le zebre, gli elefanti e trascorrevo le giornate a scrutare l’orizzonte con gli adulti della famiglia. A dire la verità, non capivo per quale motivo dovessimo stare lì a guardare quel benedetto orizzonte ma mio padre, che è sempre stato un tipo di poche parole, mi diceva, «è il nostro compito, la nostra famiglia vive su questa terra da milioni di anni, siamo le sue sentinelle. Un giorno capirai». In effetti, aveva ragione lui, un giorno avrei capito. La vita trascorreva tranquillamente, fino a quando una mattina arrivarono un gruppo di umani, sopra delle scatole con le ruote, enormi, che noi non avevamo mai visto. Eravamo abituati alle visite degli uomini, si avvicinavano a noi e ci guardavano, non erano molesti, forse un po’ insistenti e noiosi ma, fino ad allora, nessuno ci aveva mai fatto del male. Però, quella mattina, c’era qualcosa di strano, erano in troppi e le loro scatole troppo grandi. Iniziai a preoccuparmi quando mio padre e mia madre, che li videro arrivare quando ancora erano lontani, si strinsero a noi, per proteggerci,così fecero anche gli altri adulti della mia famiglia. Le giraffe sono creature calme e pacifiche ma quando si tratta di difendere i propri piccoli mostrano tutto il loro lato selvaggio. Mia madre mi strinse forte e guardandomi negli occhi, con uno sguardo serio e dolce, al tempo stesso, mi diede un piccolo dono, era un sacchetto di vento preparato da lei, con dentro un piccolo raggio di sole! Disse soltanto «nascondilo e tienilo sempre con te». In quel momento, un uomo puntò un fucile nella nostra direzione e poi, purtroppo o per fortuna, non ricordo più nulla, solo il grande sole che mi abbagliava. Mi risvegliai dentro una enorme scatola di metallo che si muoveva, ero con mia madre, mio padre, i miei fratelli e due cugini. Ebbi molta paura, iniziai a scalpitare, ma tutti noi eravamo molto spaventati, noi eravamo abituati agli spazi sterminati e alla luce, per mille soli d’oriente! Ci trasportavano chissà dove. Il viaggio durò tanti giorni, non so quanti, spesso dormivo, ma sembrava non finire mai. Ricordo mio padre che ci diceva: «noi apparteniamo al glorioso popolo delle giraffe, forte e coraggioso, non dimenticatelo mai». Gli altri ricordi sono avvolti nella nebbia e nel silenzio, dormivo e basta. Fino a quando, un giorno, sentimmo, fuori dalla scatola metallica, dei rumori e delle urla umane … (continua).

Le giraffe albergatrici.

9 Ago

Devo ammettere che mie cugine africane sono molto sveglie, e in fatto di turismo sanno il fatto loro.. Hanno capito che agli esseri umani piace da matti gironzolare in mezzo agli animali selvaggi, quelli che ancora non sono riusciti a far estinguere, e così si sono organizzate un bell’alberghetto in quel di Nairobi, con annessa dimora anni ’30, dove vive una famigliola umana, che fa venire da tutto il resto del mondo altri umani, desiderosi di far colazione con loro, cioè con le mie cugine. Fortunatamente, lo spazio è abbastanza vasto per ospitare bestiole e umani, e chissà, magari un giorno andrò a trovarle.. Se siete interessati, il luogo si chiama Giraffe Manor ed è quello che vedete in queste immagini (prese dal sito delle mie cugine 😉 ).

colazione con giraffeQueste sono, poi, immagini ancora più emozionanti e straordinarie, se considerate che le giraffe non si chinano mai, nemmeno per dormire, se non quando si sentono completamente al sicuro:

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Okkupazione!

21 Giu

abusivo piumato 3Sono arrivati circa due settimane fa, e da subito hanno fatto casino, con quella voce trillante, incredibilmente forte per provenire da un corpo così piccolo, ma che polmoni hanno? I primi giorni hanno perlustrato la zona, svolazzando tra la veranda e il giardino, cantavano e perdevano piume sulla testa di Puncia.

Puncia da guardia

Puncia da guardia

Puncia, da bravo cane da guardia (e nessuno osi pensare che non sia credibile come cane da guardia!) con tendenze assassine, non ha apprezzato e, anche per lavare l’onta delle piume in testa, li ha aspettati per ore sotto la palma, ma quelli sono più veloci e più scaltri, mica come i piccoli merli, e non hanno mai fatto un volo sbagliato, perciò il suo istinto predatore è rimasto frustrato, e ha ripreso a fare yoga, per ora.

abusivo piumato 2Col passare dei giorni, le intenzioni dei pennuti sono diventate chiare: le “visite” alla veranda non rappresentavano una proposta di amicizia nei confronti degli umani ma solo il primo passo, o meglio il primo volo, verso l’occupazione del loro territorio, anzi l’okkupazione senza se e senza ma.

abusivo piumatoBisogna ammettere che, come costruttori di nidi sono bravi, anche se ogni tanto qualche pezzo di corteccia cade sempre sulla testa di Puncia, perciò devono fare ancora un po’ di esperienza. L’opera è quasi completata e attendiamo con viva trepidazione la nascita dei piccoli okkupanti, soprattutto Puncia, a bocca aperta.