Due giornate per capire e sentirsi meno sole.

27 Mag

scarpe rosse contro violenzaRaramente, capita di partecipare ad un convegno e non avere voglia di sbadigliare in faccia ai relatori o di scappare velocemente allo scoccare dell’ora x, giusto in tempo per accumulare crediti formativi. Capita raramente, ma capita, e una di quelle occasioni è stato il convegno che si è svolto a Cagliari il 24 e 25 maggio scorsi: “Una rete..per difenderci. Tutti insieme contro la violenza”. Ebbene, sono state, veramente, due giornate in cui l’espressione “tutti insieme” è stata riempita di significato e durante le quali il fenomeno della violenza, nei confronti delle donne in quanto tali (per esempio, il femminicidio, l’omicidio di una donna proprio in quanto donna), dei bambini, degli omosessuali, dei transgender, in generale dei soggetti che pur essendo forti in qualche frangente della vita diventano deboli e fragili, è stato affrontato sotto tutti gli aspetti possibili, con grande passione, entusiasmo, professionalità. Lo spunto dal quale è partita la riflessione, è stata l’attuazione dell’atto d’intesa siglato dall’Ordine dei medici e l’Ordine degli avvocati, di Cagliari, nel 2009 e del successivo Protocollo d’intesa sottoscritto nel 2010, oltre che dai due Ordini, dalla Provincia di Cagliari, dal Comune di Cagliari, diverse aziende ospedaliere, e molte altre istituzioni, con la formazione di un “Tavolo interistituzionale per la promozione della rete provinciale contro la violenza e al consolidamento della rete dei soggetti impegnati sul campo per garantire il monitoraggio del fenomeno, la tutela delle vittime ed il contrasto a tutte le forme di violenza sulle donne e i minori”, con gli obiettivi di: 1) conoscere e monitorare il fenomeno della violenza; 2) informare e sensibilizzare ; 3) applicare misure di contrasto alla violenza.

Non capita spesso di vedere riuniti, e confrontarsi, ad uno stesso tavolo, medici, avvocati, rappresentanti della polizia di Stato, dell’arma dei carabinieri, magistrati, volontarie delle associazioni che si occupano di accogliere le donne vittime di violenza, rappresentanti delle Istituzioni, amministratori locali. Soprattutto, non capita che tutte quelle persone, rappresentanti un’Istituzione pubblica, riconoscano le responsabilità di un “sistema” che non tutela sufficientemente le vittime, non punisce i colpevoli e non aiuta psicologicamentele une a ricostruire sé stesse, gli altri ad imparare a rispettare la libertà e la dignità altrui. Un sistema nel quale, per esempio, un processo per stalking viene rinviato di un anno e pure di più, con grave pericolo per la vittima, considerando che le misure cautelari non possono durare in eterno e che, quindi, il bombardamento di telefonate, gli appostamenti, i pedinamenti, già di per sé lesivi della libertà di una persona e snervanti psicologicamente, possono trasformarsi in atti molto più gravi. Un sistema nel quale, per ammissione degli stessi medici, una vittima di violenza sessuale è “un caso rognoso”, perché implica una serie di doveri e responsabilità da parte dei sanitari che non tutti sono disposti ad assumersi. Un sistema nel quale la limitazione della discussione del problema alle sole donne non aiuta e l’unica via possibile è il dialogo, il confronto tra uomini e donne, rappresentanti delle istituzioni e cittadini, operatori sanitari, operatori del diritto, forze dell’ordine, tutti insieme.

In queste rare e importanti occasioni, si impara tanto e ci si forma, soprattutto umanamente. Per esempio, si impara che il fenomeno della violenza sulle donne è molto diffuso nelle classi sociali “abbienti” (non mi piace parlare di classi sociali ma serve a rendere l’idea) però proprio in quegli ambiti le donne, per vergogna, esitano maggiormente a denunciare, spesso non denunciano affatto e si rivolgono solo alle associazioni che le ascoltano e le accolgono. Si impara che le donne straniere, pur nelle mille difficoltà che devono affrontare, in situazioni simili sono paradossalmente un po’ agevolate poiché nel momento in cui viene loro spiegato il diritto di denunciare la violenza e la possibilità di essere accolte insieme ai propri figli, in luoghi protetti e segreti, abbandonano la casa-inferno, e lo fanno con maggiore facilità, non avendo altri legami familiari o sociali forti che le trattengono.

Si impara che l’episodio di violenza non è mai improvviso, ma è sempre preceduto da altri atti, perciò se una donna si reca al pronto soccorso ogni settimana perché le scale di casa la fanno scivolare sempre o le porte le spappolano continuamente il viso, forse è il caso che il medico si faccia qualche domanda. Negli ospedali degli Stati Uniti, per esempio, sottopongono a tutte le donne che si recano al pronto soccorso un questionario con diverse domande, tra le quali alcune relative alle violenze domestiche, in modo tale da far sentire la vittima più libera di raccontare la propria situazione.

Si impara che oggi esiste un codice rosa al pronto soccorso per le donne presunte vittime di violenza.

Purtroppo,  si ha la tristissima conferma che il luogo dell’infelicità, spesso, è la casa in cui si vive, condivisa con il proprio carnefice, la maggior parte delle violenze, infatti, sono messe in atto dal coniuge o dal compagno. Si imparano tante altre cose, forse troppe da inserire in un unico post, ma tra le tante: educhiamo i bambini al rispetto degli altri, parliamo tra di noi. E ascoltiamoci.

Il numero verde nazionale antiviolenza: 1522.

Il Protocollo:
Protocollo_intesa_violenza_donne(1)

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