Grazie, dottor Capacchione.

29 Giu

Ci sono medici che sono e rimarranno per sempre soltanto dei laureati in medicina con una, nessuna o più specializzazioni e continueranno a timbrare il cartellino come se fossero impiegati delle poste che trattano i pazienti come pacchi. E poi, ci sono i medici veri, i “dottori” ai quali ti affidi con totale fiducia, quelli che trattano la tua vita come se fosse un bene prezioso, quelli che trattano te come un essere umano e non come una raccomandata. Poi, ci sono i dottor Capacchione, i dottor Vitale, che sono un’altra cosa, sono medici ma sono anche qualcos’altro, sono uomini che hanno un senso del dovere e una generosità nei confronti del prossimo, che va un po’ oltre la normalità, e sono più diffusi di quanto si pensi, peccato che non facciano notizia. Grazie, dottor Capacchione.

Vi copio la notizia per intero:

Cardiologo finisce l’intervento in sala operatoria, si accascia e muore

Un aneurisma ha stroncato il chirurgo 49enne Vincenzo Capacchione. Aveva appena salvato un paziente

MILANO – «Dottore, scusi, c’è un’urgenza». L’ultimo intervento di Vincenzo Capacchione, 49 anni, cardiologo, inizia con uno squillo sul telefonino, poco prima delle 6 di sabato mattina. È il «reperibile» all’ospedale di Rho, alla chiamata risponde «arrivo». Attraversa le strade deserte nell’alba estiva di Milano. In corsia, dice soltanto di non sentirsi bene, di «avere un dolore al petto». «Niente di grave», spiega Vincenzo Capacchione ai colleghi, ha un po’ di febbre, ma dice: «Andiamo». Entra in sala operatoria. Uscirà quattro ore dopo, farà in tempo solo a togliersi i guanti di lattice e scendere in pronto soccorso. Lì si inginocchia e sviene. Muore pochi minuti dopo.

Mentre i suoi colleghi cercano di rianimarlo, mentre altri colleghi, al piano di sopra, riportano in corsia il paziente 70enne che il dottor Capacchione ha appena salvato, dopo 3 ore e 40 di intervento. Ha operato un uomo in condizioni gravissime. Cinque minuti dopo (come ha raccontato ieri Il Giorno) il paziente era lui, in condizioni irrecuperabili. Capacchione lavorava all’ospedale di Rho dal 1998. Da poco era diventato responsabile dell’«Unità coronarica». Aveva tre figlie. Racconta Ermenegildo Maltagliati, direttore generale dell’ospedale: «Faceva parte di un team di tre medici emodinamisti che ogni giorno, tra mille difficoltà, ha il compito di salvare la vita alle persone. Siamo tutti vicini alla sua famiglia».

C’era probabilmente qualcosa che non andava, nel cuore del medico. Una disfunzione silenziosa, nascosta, di cui neppure lui, cardiologo, s’era mai accorto. I risultati dell’autopsia non sono definitivi, ma sembra che abbia ceduto l’aorta toracica, per un aneurisma. Un problema che era lì, chissà da quanto, e che sabato mattina è arrivato alla rottura. Il paziente era arrivato a Rho con un infarto, era necessaria un’angioplastica: Capacchione l’ha fatta, ma è stata particolarmente difficile, un caso critico. Per un intervento che richiede di solito un’ora, il cardiologo ha dovuto lavorare quasi quattro. E poi lo stress, la stanchezza. Racconta un collega: «Intervenire sul paziente è stato il suo unico pensiero. Non si è comportato da grande medico, ma da medico vero».

Gianni Santucci

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