C’era una volta, in un paese non molto lontano, una giraffa, era alta, aveva il collo lungo, un manto giallo con delle grosse macchie scure, le orecchie piccole, la lingua bluette, le corna felpate, e indossava un paio di occhiali-lanterna, poiché, narra la leggenda, a causa di un difetto alla vista sorto in gioventù, qualche volta era andata a sbattere contro degli elefanti e, convinta fossero un alberi di acacia, aveva iniziato a mangiargli le enormi orecchie, mettendo a dura prova la pazienza dei pachidermi. Narra la leggenda che anche “una volta” in quel “paese non molto lontano”, si usassero già gli occhiali, venivano realizzati pazientemente dal maestro delle lanterne, un vecchio artigiano esperto nel creare, appunto, lumi protetti dal vetro, adatti a tutte le stagioni, a tutte le condizioni atmosferiche, però non proprio esperto in lenti da vista, perciò gli occhiali erano, semplicemente, delle lanterne posizionate ai lati degli occhi, che illuminavano la visuale. Comunque, con gli occhiali-lanterna, la giraffa iniziò a vedere un po’ meglio gli alberi di acacia e a distinguerli dagli elefanti, sebbene, talvolta, continuasse a scambiare, per esempio, gli scarafaggi per rinoceronti, i lombrichi per serpenti a sonagli, le stelle comete per lenzuola volanti, insomma, gli occhiali non permettevano una visione nitida delle cose e le facevano fare un po’ di confusione. Anche quando le capitava di abbeverarsi alla fonte del paese non molto lontano e vedeva la propria immagine riflessa sullo specchio d’acqua, vedeva una bestiola piccola piccola, con il manto spelacchiato, il collo corto e tozzo, la lingua bianca, senza corna felpate, insomma un animale bizzarro, non adatto alla vita di quel paese non molto lontano, non adatto a cogliere le foglie di acacia, inadeguato a districarsi tra i sentieri di quel paese. E poco importava che gli altri le dicessero che lei era una giraffa, aveva il collo lungo, le corna, il manto brillante etc., giusta al posto giusto, lei rispondeva bruscamente che gli occhiali del maestro delle lanterne le garantivano una vista perfetta e, al contrario, erano invece i loro occhi a non focalizzare bene le cose. E così, le stagioni passavano, la giraffa dal collo lungo si comportava come se il collo si fosse accorciato sempre più, addirittura come se non l’avesse mai avuto, e questo le impediva anche di cogliere le foglie per nutrirsi, con il rischio di non riuscire più a mangiare. “Dai, prendi le foglie, sei una giraffa, ce la puoi fare!”, “no, non vedi che ho il collo troppo corto?”, “no, non lo vedo, perché il tuo collo è lunghissimo”, “va be’, se proprio lo vuoi sapere, non ho fame, per niente”, e andava via, alla ricerca di ramoscelli più bassi, adatti alla sua bassa statura ma, ahilei, non riusciva a cogliere nemmeno le foglie degli arbusti più piccoli poiché, obiettivamente, era alta, altissima! La giraffa con gli occhiali-lanterna non riusciva proprio a capire il motivo dell’impossibilità di cogliere le foglie dei piccoli arbusti e non riusciva nemmeno a comprendere quale difetto potessero avere tutti gli altri animali che continuavano a dirle che pure lei aveva il collo lungo, giusta al posto giusto e bla bla bla, quindi, decise di andare a trovare la guaritrice del paese non molto lontano, una vecchia scimpanzè nota per la sua saggezza e per la sua intelligenza e per la capacità di risolvere i dilemmi più difficili e di sciogliere i nodi più intricati. La vecchia scimmia era sempre contenta di vederla, quella bizzarra giraffa la faceva sorridere per il modo di camminare a vanvera, per l’espressione stralunata, per quegli strani occhiali-lanterna, per le cose strampalate che diceva, perciò anche quella volta l’accolse con un grande sorriso. “Bentornata! Quale venticello ti porta da me?”, “un vento di scirocco misto a levante, con raffiche di maestrale e ondate di tramontana”, “ah, bene, vedo che sei in grande forma! Su, racconta, cosa ti turba?”, “non riesco più a nutrirmi, non arrivo a cogliere le foglie dei piccoli arbusti, e poi, cosa non da poco, gli altri continuano a dirmi che sono una giraffa con il collo lungo, ma che occhi hanno?!”, “hanno occhi buoni. Senti un po’, ti capita di scambiare rospi per coccinelle?”, “sì”, “e stelle per tovaglie?”, “sì”, “ ti capita, quindi, di non vedere bene le altre cose, gli altri animali?”, “sì“, “e, allora, ti viene il dubbio che quando ti specchi alla fonte, forse non vedi bene nemmeno la tua immagine e scambi il tuo lungo collo per quello di un criceto?”, “uhm..in effetti..”, “hai pensato di cambiare gli occhiali?”, “ehm, no, non ci avevo pensato..”, “hai voglia di vedere meglio? Hai voglia di vedere il tuo collo? Hai voglia di vedere la giraffa che sei, giusta al posto giusto?”, “sì”, “bene, togli quelle lanterne, ti preparo un paio di occhiali nuovi”. Da quel giorno, la giraffa iniziò a vedere ogni giorno in modo più nitido, le stelle, i lombrichi, le pulci, le altre giraffe, il suo collo, i germogli. Tutto era esattamente come era sempre stato ma lei lo vedeva con le nuove lenti. Bastava solo cambiare gli occhiali.
Gli occhiali della giraffa.
18 magFacebook, che invidia.
23 gen
L’invidia: che brutta cosa, talmente brutta e imbarazzante da essere nascosta da chiunque la sperimenti almeno una volta nella vita, perché considerata universalmente il sentimento più nefasto che un essere umano possa provare, peggio di una malattia contagiosa. Non ho mai sentito nessuno ammettere di essere stato invidioso, forse non solo per pudore o per vergogna ma anche per la difficoltà a riconoscerne i segnali: quella sottile, inspiegabile, voglia di omicidio che ogni tanto si impossessa del cervello non è follia ma è banalissima invidia, basta capirlo per smontarla e trasformarla in ammirazione o, comunque, in uno strumento utile per la propria crescita personale. Se in un preciso momento della vita, proviamo invidia per qualcosa o per qualcuno, forse, sarebbe il caso di chiederci cosa non stia funzionando e cosa sarebbe il caso di migliorare e sarebbe pure il caso di non pensare continuamente alla cosa, o alla persona, invidiata, così, tanto per salvarsi cervello e fegato. Ecco perché non mi spiego per quale motivo la gente continui a farsi del male, ficcando il naso nelle vite altrui, come accade con facebook: secondo uno studio tedesco, infatti, navigare su facebook, ossia ficcanasare nei profili altrui, genera frustrazione e invidia, perché gli altri sono, o sembrano o si mostrano, sempre più felici di noi. Niente di nuovo, è solo un’evoluzione dell’antichissima erba del vicino sempre più verde di quella del nostro giardino, con la differenza che il giardino del vicino non lo puoi chiudere con un click mentre le pagine di facebook sì ma, evidentemente, è più piacevole farsi del male piuttosto che vivere la propria vita.
Che strano animale è l’uomo.
Nei panni di una donna.
17 gen
Il Procuratore di Bergamo, intervistato sul recente caso di stupro nei confronti di una ragazza nella sua città, ha esortato le donne ad essere più prudenti, ad avere senso pratico e, di conseguenza, a non uscire da sole la sera. Originale. Sono sicura che l’intento del procuratore Dettori fosse sinceramente buono ma, ahinoi, fa capire lo stato di arretratezza nel quale ancora siamo costretti, uomini e donne, a vivere e a sopravvivere, una condizione di certo non degna di un Paese moderno e civile come riteniamo sia l’Italia. Un consiglio del genere si potrebbe accettare in altri contesti: per esempio, nella giungla, dall’imbrunire in poi, è consigliabile non farsi vedere dai predatori notturni; presumibilmente, anche nell’Età della Pietra, per le australopiteche sarebbe stato opportuno rintanarsi nelle caverne al calar del sole, per evitare le attenzioni di qualche australopiteco allupato, ma in un Paese così avanzato da permettersi di esportare democrazia e libertà in altri Paesi considerati sottosviluppati, da avere pompose “commissioni per le pari opportunità”, no, non si può accettare, non si deve accettare, per il semplice motivo che vivere, anche quando è sera, è una necessità, ed è una manifestazione di libertà, per gli uomini e per le donne. Ma gli uomini, alcuni, sembrano non saperlo o dimenticarlo, e forse, per ricordarlo o per comprenderlo, dovrebbero mettersi nei panni delle donne e chiedersi per quale motivo un uomo può camminare tranquillo la sera mentre una donna dovrebbe non farlo o avere un accompagnatore, come se fosse incapace? La libertà non ha sesso e non ha orari. Nei panni di una donna, sentirebbero il fastidio che talvolta si prova quando si deve, necessariamente, attraversare una strada poco illuminata, per arrivare al parcheggio, per arrivare a casa, per raggiungere la fermata dell’autobus, e non per cercare sesso. Il fastidio è doppio, per il potenziale rischio di trovare un deficiente e per la paura stessa del rischio, che ti fa sentire una mezza scema incapace di difendersi. Ma la soluzione non può essere non uscire o farsi accompagnare. Nei panni di una donna, capirebbero il sentimento sgradevole che provoca un “corteggiamento” insistente e non voluto, che non lusinga ma irrita e, se dura troppo, preoccupa. E la soluzione non può essere quella di nascondersi sotto un burqa per evitare attenzioni. Nei panni di una donna, saprebbero che noi facciamo esami di coscienza più di quanto si possa immaginare, ma non lo diciamo perché anche il minimo segno di autocritica viene strumentalizzato ed usato a scapito di chi subisce aggressioni e soprusi, è il “sì, però” utilizzato per giustificare lo stupratore e concedergli una riduzione della pena o gli arresti domiciliari. Nei panni di una donna, magari il Procuratore Dettori chiederebbe alle Istituzioni di agevolare il dialogo tra uomini e donne, per iniziare un rinnovamento culturale e, in attesa del cambiamento, chiederebbe l’organizzazione di corsi gratuiti di autodifesa, e capirebbe che la libertà non ha sesso e non ha orari.
Il guaio dei sogni.
20 ott
I sogni. Fiumi di inchiostro sono stati consumati, per raccontare quanto sia bello e giusto sognare, non tanto ad occhi chiusi con la mente mezzo incosciente che vaga e mescola immagini reali ad antichissime memorie o a paure ancestrali e desideri mai confessati, quanto ad occhi apertissimi, rivolti verso qualcosa che, pensiamo, ci renderebbe più felici, qualcosa che è altrove, nella nostra testa ma altrove, in un altro mondo o in un altro tempo e, naturalmente, è perfetto. Sognare è bello e giusto, l’immaginazione di quel “qualcosa” distante nel tempo e nello spazio, è il primo passo verso la creazione e sprona all’azione, fa sentire vivi, pieni di energia, tutte quelle che servono a raggiungerli, quei benedetti sogni. E se non vengono raggiunti, si continua, all’infinito. Però, il guaio dei sogni, il vero guaio dei sogni, quello di cui raramente si parla, è che, a volte, si realizzano. E in quel caso, può capitare che, passati i primi momenti di ebbrezza, di euforia, di esaltazione, di pace e beatitudine, insomma di tutto quello che volete purchè somigli alla sensazione di un sogno realizzato (!) ebbene, volati via quei momenti, il sogno è lì, nella nostra vita di tutti i giorni e non è sempre come l’avevamo dipinto nella nostra testa, con quei colori, quelle sfumature, quelle tonalità perfette, dalla prima all’ultima pennellata. Capita con i grandi sogni e con quelli più piccoli, con quelli d’amore e con quelli professionali. Capita, magari, di sognare il principe azzurro e quello, effettivamente, un bel giorno si presenta ma non è vestito d’azzurro, preferisce la divisa a pois ed il cappello con il pon pon. Capita con un lavoro: magari per anni si sogna di diventare proprio quella “cosa lì”, quella che permetterebbe di essere d’aiuto a qualcuno, di dirgli “non ti preoccupare, ci sono qua io” e poi, anche quella “cosa lì”, dopo tanto impegno, si presenta, magari con qualche sfumatura diversa e con alcuni colori che proprio non ti piacciono, ma è lì davanti a te e, dopo l’ebbrezza, ti lascia senza parole e con una vaga sensazione di angoscia perchè, forse, l’impegno, i sacrifici, la resistenza, si sono presi tutta l’energia che invece servirebbe per viverlo, quel sogno. E, allora, non resta che incominciare, con pazienza, a pennellare la realtà.
(il dipinto è questo, una bella pennellata della realtà)
STOP VIVISECTION.
6 agoCome ho scritto altre volte, sono contraria alla vivisezione, infatti, qui sul monte l’abbiamo bandita da tempo, poichè la riteniamo una pratica inutile e crudele. D’altra parte, gli esseri umani continuano ad usare farmaci strettamente studiati per loro e gli animali fanno altrettanto, solo in alcuni casi eccezionali è possibile un utilizzo dei farmaci destinati agli umani anche per la cura degli animali, l’ho potuto verificare personalmente, ma si tratta, appunto, di casi eccezionali. Purtroppo, ancora nessun rappresentante del Monte è entrato a far parte delle Istituzioni europee, perciò non abbiamo potuto direttamente impedire che l’Unione Europea, nel 2010, emanasse la direttiva 2010/63/UE “Sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici“. Si tratta di una direttiva che non elimina la vivisezione ma si limita a prevedere dei metodi tendenti a “migliorare il benessere degli animali utilizzati nelle procedure scientifiche rafforzando le norme minime per la loro tutela in linea con i più recenti studi scientifici“. Nelle considerazioni preliminari contenute nella direttiva, si legge, tra le altre cose: “oltre agli animali vertebrati, che comprendono i ciclostomi, è opportuno includere anche i cefalopodi nell’ambito di applicazione della presente direttiva, poiché è scientificamente dimostrato che possono provare dolore, sofferenza, angoscia e danno prolungato“, “la scelta dei metodi e delle specie da utilizzare ha conseguenze dirette sul numero di animali utilizzati e sul loro benessere. È opportuno pertanto che la scelta dei metodi assicuri la selezione del metodo in grado di fornire i risultati più soddisfacenti causando il minor dolore, sofferenza o angoscia possibile. I metodi selezionati dovrebbero usare il minor numero possibile di animali per fornire risultati affidabili e ricorrere all’uso di specie con la minore capacità di provare dolore, angoscia, sofferenza o danno prolungato, che siano ottimali per l’estrapolazione nelle specie bersaglio. I metodi scelti dovrebbero, per quanto possibile, evitare come punto finale la morte dovuta alle gravi sofferenze provate durante la fase precedente alla morte. Laddove possibile, dovrebbero essere sostituiti da punti finali più umanitari che usano i sintomi clinici per determinare la morte imminente e consentono di uccidere l’animale senza ulteriori sofferenze”.
“In considerazione dello stato attuale delle conoscenze scientifiche, l’uso di primati non umani nelle procedure scientifiche è ancora necessario nella ricerca biomedica. Vista la loro prossimità genetica con l’essere umano e le loro competenze sociali altamente sviluppate, l’uso di primati non umani nelle procedure scientifiche solleva specifici problemi etici e pratici in termini di soddisfacimento delle loro esigenze comportamentali, ambientali e sociali in ambiente di laboratorio. Inoltre, l’uso di primati non umani è un tema molto sentito dall’opinione pubblica. Pertanto, l’uso di primati non umani dovrebbe essere autorizzato unicamente in settori biomedici fondamentali per gli esseri umani per i quali non sono ancoradisponibili altri metodi alternativi di sostituzione. Il loro uso dovrebbe essere autorizzato solo ai fini della ricerca di base, della conservazione delle rispettive specie di primati non umani o quando i lavori, compreso lo xenotrapianto, sono svolti in relazione ad affezioni umane potenzialmente letali o in relazione a casi che abbiano un sensibile impatto sulla vita quotidiana della persona, ossia affezioni debilitanti.
“Poiché gli antecedenti di animali randagi e selvatici delle specie domestiche non sono noti e la loro cattura e detenzione negli stabilimenti ne accresce l’angoscia, essi non dovrebbero di norma essere usati nelle procedure”.
Diciamo che la sola lettura della direttiva mette i brividi, dal momento che fa intuire a quali sofferenze siano sottoposti gli animali durante gli esperimenti ma anche nelle fasi precedenti e successive, fino alla morte. Sinceramente, mi pare ci siano ben pochi margini di miglioramento della qualità della vita di animali sezionati da vivi per i quali, addirittura, la stessa anestesia potrebbe essere dolorosa o avere conseguenze dannose, come afferma la stessa direttiva.
Pare, comunque, che la filosofia del Monte sia condivisa anche da altri abitanti europei, infatti è nata l’iniziativa STOP VIVISECTION con l’obiettivo di abrogare la direttiva 2010/63/UE: è necessario raggiungere 1 milione di firme entro il 21 giugno 2010. Se siete interessati, qua sotto vi lascio tutti i riferimenti per sapere come attivarvi, sia come cittadini sia come comitato.
Il sito STOP VIVISECTION: http://www.stopvivisection.eu/it;
L’infinita tristezza di quella Culla.
7 lugAlla clinica Mangiagalli, la “Culla per la vita”, una moderna Ruota degli esposti, dove possono essere lasciati i neonati, dalle mamme o da chi ha il coraggio di farlo al posto loro, è stata inaugurata nel 2007 ma è rimasta inutilizzata fino a ieri, quando ha ricevuto il primo ospite, Mario, capelli scuri, tutina azzurra e biberon pieno di latte. Pare che la Culla sia un esempio di civiltà, poichè aiuta le madri in difficoltà, evita l’abbandono dei bambini in luoghi poco sicuri, agevola l’adozione dei neonati. Sarà. Un Paese civile, secondo il mio personalissimo punto di vista, aiuta le madri, tutte le madri ma sopratutto quelle in difficoltà, ad allevare i propri figli, con o senza un compagno, le accoglie come cittadine che hanno diritto ad una esistenza dignitosa e felice, le aiuta ad avere un lavoro ed un reddito adeguato se non lo hanno, le sostiene psicologicamente e non incentiva la loro disperazione dicendo “l’unica soluzione è darlo via”, le sostiene e non le colpevolizza anche quando decidono di interrompere una gravidanza non desiderata o impossibile da gestire, dà loro una seconda possibilità. Ma tutto questo richiederebbe troppo tempo, troppa fatica, troppo impegno, e allora meglio la soluzione più pratica e immediata. Sbaglierò, però, io, al pensiero di quella tutina azzurra e di quel biberon pieno di latte, che fa capire tante cose, provo solo un’infinita tristezza.
E non dite che è solo calcio.
29 giu
Bisogna saper perdere, ce lo ripetono fin da bambini, ci preparano ad affrontare le inevitabili sconfitte che la vita e la natura umana, imperfetta, si portano dietro. E, accidenti, impariamo presto a “saper perdere”, cioè a capire i motivi della sconfitta, ad assumercene la responsabilità, a correggere gli errori, a mantenere la dignità, impariamo come individui e come collettività. Come italiani, poi, ultimamente, abbiamo dimostrato di aver afferrato bene il concetto del “saper perdere”, abbiamo accettato il confronto, tollerato le lezioni, cercato di capire gli errori e reagito. Ecco perchè vincere una partita di calcio, anzi, La partita di calcio, ha un gusto particolare: perchè in quella vittoria c’è un pezzettino di noi, che ogni tanto perdiamo, e tra quegli undici giocatori che hanno una benedetta voglia di vincere, c’è anche la nostra voglia, il nostro cuore e il nostro orgoglio. Sappiamo perdere. Però, quanto è bello vincere.
Intervista con la giraffa.
21 giu
Intervista pubblicata sull’edizione odierna de “L’Eco del Monte”, il quotidiano più letto dai montesi, gli abitanti del Monte.
L’Eco del Monte – 21 giugno 2012
Esclusiva intervista a Giraffa Dal Monte!
Giraffa, rintanata in una località segreta, anzi segretissima, alle pendici del Monte, ci svela i motivi del suo silenzio.
A cura di Camelo Pardalis
D.: buongiorno Giraffa, come sta?
G.: sto bene, grazie, starò meglio quando continuerai a darmi del “tu”, dal momento che ci conosciamo da una vita.
D.: ho capito, sei nervosetta.
G. no, non sono nervosetta, però se lo dici un’altra volta, può darsi che mi parta il collo, sulla tua testa.
D. sei sempre deliziosa. Allora, Giraffa, tutto il mondo si interroga sul tuo silenzio, cosa è accaduto?
G. mah, non è successo nulla, ho semplicemente difficoltà a finire i venti post che ho già iniziato, con tutte le cose che volevo raccontare ai miei amici del monte.
D. e perchè mai?
G. e che ne so. Inizio a scrivere, sono piena di entusiasmo, voglio condividere le cose che stanno accadendo, e ne stanno succedendo parecchie, terremoti, terreMonti, caldo, progetti, dubbi che iniziano ad andare via, IMU, consiglieri regionali che usano i risultati del referendum come carta igienica, il terremoto a 150km dalla Sardegna che, secondo gli esperti, è l’unica regione non a rischio sismico di tutta l’Italia, pensa le altre! Insomma, io scrivo, inizio a scrivere, poi mi accorgo che mi sto inca..ando molto, che non riesco a vedere il lato ironico e smetto, e m’inca..o ancora di più, e mi blocco. Capito?
D. sì, capito. Più o meno. Senti, e quando pensi di farti passare questo blocco?
G. boh, spero presto.
D. forse ti serve una vacanza da te stessa, come scrive la tua amica, quella che di mestiere fa la regina?
G. forse mi serve una vacanza vera, basta vedere questa faccia da esaurita per capirlo.






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