Archivi delle etichette: racconti

La giraffa e la luna.

3 ott
La luna sul monte © giraffa

La luna sul monte © giraffa

Stasera, qui sul monte, si vede una luna splendida, l’ho fotografata ma l’obiettivo e i pixel non le rendono giustizia però, vi assicuro che è bella, grande, tonda e mi fa venire in mente l’antica leggenda raccontata sul monte che riguarda, guarda caso, proprio le giraffe. Narra la storia di una mia lontanissima antenata (noi giraffe siamo sulla Terra da parecchio tempo, abbiamo una certa dimestichezza con le cose del mondo, eh..) la giraffa Cercalù la quale, sin da piccola, aveva manifestato il suo desiderio di abbracciare la palla tonda che vedeva nel cielo, naturalmente, scoraggiata da tutti, prima di tutto dalla sua famiglia, poi dai suoi amici, le scimmie erano le più agguerrite, e conoscenti, tra i quali gli elefanti, considerati i più saggi del monte, quello che dicevano gli elefanti era saggezza allo stato puro, “tu non ne capisci nulla, l’elefante ha parlato” e non si poteva mettere in dubbio. Però, la mia antenata, forse per colpa del nome che ricordava la ricerca della luna, non voleva sentire ragioni, anzi, secondo gli abitanti del monte, non sapeva proprio cosa fosse la ragione, poiché continuava con la fissa dell’abbraccio alla luna e immaginava i modo più difficili per arrivarci, un ponte fatto di rami d’acacia, una torre realizzata con tutti gli animali che conosceva, quindi altissima, fino al cielo, l’allungamento del collo, insomma, tutte le cose impossibili le immaginava lei. Sempre secondo la leggenda, un giorno, mentre Cecalù era intenta a consumare la cena in compagnia del suo amico facocero Metemagno, che non aveva mai avuto grilli per la testa e non aveva mai desiderato abbracciare nessuna palla bianca lontana, lui le disse, tra un boccone e l’altro “guarda, secondo me, è più semplice di quanto pensi” e da quel giorno, Cercalù iniziò a ripetere quella frase “è più semplice di quanto pensi”, tutti i giorni, tutte le notti, ma il modo proprio non le veniva in mente. Poi, secondo la leggenda, che secondo me è un po’ strana, una notte Cercalù si svegliò dopo aver sentito uno strano fruscio accanto a sé e appena aprì gli occhi si rese conto che il cielo era diventato completamente buio, senza nemmeno uno spicchio di luna, mezza luna, tre quarti di luna, niente di niente, era come se la luna se ne fosse andata in vacanza e, allora, pensò “ecco, avevano ragione gli altri, è meglio lasciar perdere, tanto questa palla bianca è anche un po’ strana, addirittura più strana di me” e decise di tornare a dormire ma, mentre stava per ricominciare a sognare vide un’insolita luce spuntare dal manto di foglie accanto a lei e, incuriosita, lo smosse con la zampa quando all’improvviso vide l’enorme palla bianca che la guardava divertita e, placidamente adagiata sulla terra, le disse: “vedi, era più semplice di quanto pensassi”. Mah, io non so da dove abbiano pescato questa leggenda, qui sul monte e, sinceramente, non so nemmeno perché mi sia tornata in mente.. mah, forse è il caso di andare a dormire.

Anche questo è amore.

24 set

Gianni guardava la piccola Guendalina scartare i regali e pensava che, in fondo, le cose non gli erano andate così male: aveva una bella casa, due figli che adorava, Gianluca e la piccola Guendalina, una moglie, Paola, della quale non sopportava nemmeno l’odore, un buon lavoro, amici e parenti acquisiti che, a volte, rallegravano la sua tavola e, spesso, approfittavano della sua generosità. Le cose non erano andate così male per lui, anche se quella non era la vita che aveva sognato e desiderato tanti anni prima, anche se quella non era la donna di cui si era follemente innamorato, anche se gli occhi di Paola non brillavano quando lo vedevano ma brillavano solo di lacrime quando aveva bisogno dei suoi soldi, quegli occhi non brillavano nemmeno dopo che avevano fatto l’amore, per abitudine e per non perdere l’esercizio, e Gianni aveva smesso di chiedersi cosa mai avrebbe dovuto fare per vederli illuminati, da tempo la cosa non lo interessava. Chissà, poi, se l’aveva mai amata. Erano cresciuti insieme, lui con la sua voglia di conoscere il mondo, lei con la sua voglia di stare attaccata al proprio microcosmo, molto micro, senza altri interessi all’infuori delle riviste di moda. Ma nemmeno questo lo interessava più, gli interessavano i suoi figli, soprattutto Gianluca che ormai era un adolescente e aveva bisogno di qualcuno che badasse a lui, considerata la distrazione della madre, ora più che mai interessata solo all’abbigliamento dell’ultima arrivata, e gli interessava avere una vita tranquilla, nient’altro. Non aveva più pensato a Laura, alla follia che si era impossessata di lui molti anni prima, qualche tempo prima della data delle sue nozze ma quel pomeriggio, in un programma televisivo, aveva visto una donna che le somigliava in modo incredibile e si era chiesto se il tempo avesse infierito su quel viso d’angelo oppure se l’avesse trattato con gentilezza. Eh, già, perché lei era bella, era bella come il sole, aveva una carriera come modella e, solo per un caso, quell’estate era arrivata nella sua piccola città per trascorrere le vacanze al mare con un’amica e si erano conosciuti proprio in spiaggia, sguardi, parole e amore folle, pazzo, incontrollabile. Lei era giovane, dolce, innamoratissima. Lui un trentenne bello, inquieto e insoddisfatto della propria vita. L’estate era finita presto ma non la follia, lei era tornata a Milano, lui la raggiungeva appena possibile e, praticamente, era accaduto ogni settimana, per tutto l’inverno, tutta la primavera, tutta l’estate successiva, fino ad un mese prima del matrimonio, quando qualcuno aveva raccontato ogni cosa alla sua futura sposa la quale, impassibile, aveva fatto di niente, com’era sua abitudine e la follia di un’estate era stata catalogata come un banalissimo errore. Un errore che la sorella di Gianni, Clelia, ricorda ancora con gli occhi umidi, perché lei era l’unica a sapere di quella storia fin dall’inizio, insieme alla sua bambina, Priscilla, alla quale lo zio Gianni commissionava la preparazione di fogli da lettera con le righe create dalla bambina, con le sue penne colorate e profumate. Clelia era l’unica persona con la quale Gianni si confidava, forse per via della sua storia matrimoniale piuttosto travagliata, l’unica che lo aveva accompagnato a scegliere l’abito per il matrimonio: “vuoi sapere una cosa, Clelia? La vuoi sapere”, “cosa?”,noi adesso stiamo camminando su questa strada, tu vedi le persone che passano, vero? Vedi le vetrine dei negozi, giusto? Io vedo lei, la vedo qui, davanti a me, lo capisci? La vedo, allungo la mano e la tocco, è qui davanti ai miei occhi e mi sorride, bella, con i suoi capelli sottili e biondi, innamorata”, “ma sei sicuro di quello che stai facendo?”, “ormai..è andata così” e, dopo essersi asciugato le lacrime era entrato insieme alla sorella nel negozio di abiti da sposa per scegliere l’abito giusto per le nozze.

Non aveva più pensato a Laura, ma quel pomeriggio, quella donna in tv gliel’aveva ricordata e la sera, durante la festa per il compleanno della piccola Guendalina, si era seduto accanto a Priscilla, ormai cresciuta e inquieta come e, forse, più di lui: “ricordi le tue penne colorate e profumate?”, “sì, certo!”, “che fine hanno fatto?”, “è passato tanto tempo, credo di averle buttate via…”, “hai fatto bene, è andata così”.

Il crimine secondo Ringrazio Deledda.

18 ago

smontataSul monte torna il grande scrittore Ringrazio Deledda, la penna, o la matita? O la tastiera?, più acuta, più ironica, più surreale della capitale del Mediterraneo (Kasteddu – Cagliari) che stavolta si occupa di un crimine assai diffuso nella capitale: il rapimento di auto indifese. Per chi non conoscesse il cagliaritano, ho preparato un piccolo vocabolario, così, per capirci qualcosa ;-)

 

Crimini impuniti nella mitica capitale del Mediterraneo!

Che bregungia!  Sarà stata cosa dei parigini che, si sa, ne odiano alla nostra grandevole Kasteddu, la mitica capitale del Mediterraneo, perché da loro il mare c’è solo a cartolina, sarà stata cosa di quei biddai burdi di quartesi che disperatamente fanno anche la festa della patata aggratis per portarne via gli abitanti, sarà stata anche cosa dei sassaresi che, con un caldo inconsapevole e lestofante, scendono ceri grandi come obelischi, a farne il miracolo la Madonna di farli avvicinare a Kasteddu e non ci riescono mai, che d’è impossibile, ma la nostra fantastichevole capitale del Mediterraneo che tutti ci invidiano è attanagliata perdutamente dal crimine. Sì, che d’è appropriatamente così. E non sono nemmeno quei quattro balossi di onesti commercianti di cose trovate per caso, ma che d’è un crimine fatto bene bene da chi governa questa povera città. Si avvicinano in silenzio, loro. Ci hanno uno o due pali, muzzicasurdi, che si riconoscono in quanto che portano un cappellino bianco, a visiera, ma si nascondono sempre. Dietro gli angoli, dietro i bidoni dell’aliga, dentro i portoni. Poi, alla coatta, ne saltano fuori veloci veloci, ci legano tutta bene bene alla macchina e la portano via a salame al loro covo, tutto controllato che non ci passa ago in su panèri. Che d’è un prodotto tipico di noi, di tutta la Sardegna. Che se non paghi, alla tua macchina non la vedi appropriatamente nemmeno a binocolo. E non c’è niente da fare, che d’è aicci. Alla settimana scorsa la disgrazia è capitata a Dedde Cambuli, conosciutissimo orèri con amigusu e amighixeddusu, ma tottu pren’e dinài, di babbo notaio de is meris, che voleva fare scioro con la sua cupè tutta fighetta a dragarne pischelle alla discoteca del Lido. Soprattutto a Suellen Cogotti, una slanciata verso il pavimento e i tacchi 14, con i capelli tutti gialli a mèsc, che lo colava troppo pure.   Ci aveva appena comprato L’Unione Sorda per ridere delle callonate spensierate che ci scrivono sopra e l’aveva messa al sedile e poi l’aveva messo poco poco, al suo cupè, al parcheggio con le strisce gialle di unu tottu strumpiau, che quando l’aveva vista si era messo tutto a gridare, per l’invidia appropriatamente. Ma già l’avevano presa, alla cupè, tutta legata a catene, saltandone felici come pioccusu, loro. E Dedde se ne era tutto buttato a terra dal dispiacere che anche quello tottu strumpiau se ne era tutto commosso e buttavano lacrime grosse a due euro. Ne aveva mandato a emissario a Lollo Depalmas, s’amigu che ne aveva esperienza, ma loro gli avevano detto di tornare che non c’era il capo che doveva decidere il riscatto. Però doveva dare subito subito 100 euro per il disturbo, ma s’amigu non lo aveva capito e loro si erano girati a ventola. Così avevano iniziato a togliergli, al cupè, lo specchietto e poi l’altro. Poi, che ne erano passate altre due ore e nessuno si era visto a dare i soldi, gli avevano tolto il cofano, sempre al cupè. De inzà, dopo altre tre ore, gli avevano mandato a dire con calincunu burdo che ne doveva dare, a loro, 5 milioni di euro se lo voleva vedere di nuovo, al cupè. Dedde era tutto disperato, che nemmeno il babbo di lui, che lo considerava uno scalandrone malu pèrdio ma i soldi glieli dava a secchi, non ne aveva, così, pronti in sa busciacca. E loro, burdi come pochi, ne avevano allora tolto prima una portiera e poi l’altra, al cupè. Alla fine ne erano andati currendi currendi dall’ispettore Gargiulo, alla questura, per sistemare alla cosa. Dopo averlo tutto coperto di regali, pure alla vestaglia tutta sexi per la sorella de issu, che tanto la disigiava, e anche alla canna da pesca telescopica per su pippìu della sorella, l’incomparabile ispettore Gargiulo ci aveva mandato all’agente Gianginetto Vacca, noto Giangi, burdo comenti a loro, a trattare la cosa. Giangi ci teneva molto ad essere servile e a mettersi in mostra con su meri, che gli veniva comodo, e aveva sistemato tutto. Con mille euro, a loro, gli tornavano il cupè. E già glielo avevano tornato, il cupè, a Dedde, tutto rubato dei pezzi che ne avevano tolto e non glieli davano più che se li erano dati a Otello Pistis, carrozziere a via Seruci che li commerciava e poi facevano a metà. E Dedde era tutto triste, che poi Suellen, alla discoteca del Lido, se la era tutta approppuddata William del Portogallo, uno burdo e deciso di Sant’Elia, che le cose se le sgobba fino a che non lo mettono con il sole a quadri di mala manèra

Ma ve ne sembra, o accallorato pubblico inconsapevole e iconoclasta della TV della Giraffa che ne vedete solo su questa TV queste belle scene di vita vissuta inverecondamente della mitologica capitale del Mediterraneo, che si può continuare così, troppo cattivi in questo modo? All’Unione Sorda lo dovevano tornare subito indietro, a Dedde, almeno a metterlo di buonumore, è o no?

Ringrazio Deledda

 Per capirci qualcosa:

bregungia – vergogna

biddai burdi – paesanotti figli illegittimi di qualcuno che non hanno mai conosciuto

scendono ceri – si fa riferimento alla suggestiva discesa dei Candelieri di Sassari

muzzicasurdi – personaggi infidi, apparentemente innocui, anche detti spina asutt’e ludu, ossia le spine sotto il fango

aliga – rifiuti

oreri – personaggio che passa il tempo contando le ore, richiede un certo impegno pure quello

amigu, amighixeddu – amico, amichetto

La nonna horror.

16 lug

“…e quella sera, Maria andò in chiesa, per ascoltare la messa dedicata ai morti. Appena aprì la vecchia porta laterale, si trovò immersa in un’oscurità rischiarata solo dalla luce tenue delle candele..tutti erano in piedi e la guardarono con affetto, l’accolsero come se stessero aspettando proprio lei, per iniziare la funzione, però, Maria non conosceva quelle persone, c’erano uomini, donne, bambini, ed erano vestiti con abiti chiari, come la loro pelle, avevano un sorriso mesto, con una mano tenevano una candela mentre, con l’altra, le indicavano la strada verso il suo posto. Una delle persone che l’accolsero consegnò anche a lei una candela, che Maria tenne in mano per tutta la durata della messa, immersa in un’atmosfera diversa dal solito, più silenziosa e composta, con la sola luce delle candele. Maria teneva in mano la candela che, stranamente, non si era consumata, era una cosa proprio strana e, quando arrivò il momento di tornare a casa, pensò di doverla restituire alla donna che gliel’aveva consegnata ma la donna, senza dire una parola, sorrise e con un cenno le fece capire che poteva tenerla e così la mise dentro la borsetta. Quando uscì dalla chiesa, Maria si rese conto che era notte fonda, a quel tempo i lampioni erano pochi e la strada era illuminata dalla bianca luce della luna piena, quindi percorse il tragitto verso casa a passi veloci, perché con il buio i malintenzionati potevano combinare cose molto brutte, si sapeva. Finalmente, Maria arrivò a casa e accese la candela infilata nella bugia, quella che solitamente usava quando si svegliava la notte, e con un po’ di luce decise di guardare meglio la candela che le era stata donata in chiesa, così la portò fuori dalla borsetta, la mise accanto la candela e… si accorse che, in realtà, era l’osso di un morto…”. Ecco, questi erano i racconti dei pomeriggi estivi a casa di mia nonna, quando ero una bambina ultra fifona ma curiosa, li adoravo, adoravo tutte le storie che mi raccontava (nella maggior parte dei casi si trattava di racconti della sua vita abbastanza travagliata) ma i racconti horror erano i miei preferiti, erano quelli che non mi facevano dormire la notte e mi facevano guardare continuamente sotto il letto, per assicurarmi che non ci fosse qualche fantasma o zombie nascosto. I racconti di questo genere, in Sardegna, erano molto diffusi, soprattutto quando non c’era la televisione e le persone si riunivano, nelle notti d’estate, nelle strade del vicinato, quando ero piccola era un’usanza già un po’ dimenticata ma mia nonna la portava avanti con me, che ero un’ottima ascoltatrice, anzi pendevo letteralmente dalle sue labbra e ancora oggi, se capita, le racconta. Chissà perché le cose che fanno paura, quelle misteriose e incomprensibili, sono anche le più affascinanti. Non vedo l’ora di incontrare dei bimbetti curiosi, ih, ih.

Grembiuli, compassi e pistilloni.

4 apr

omino_con_ombrelloIeri, a Cagliari, è morto il Gran Maestro che negli anni ‘80 diede una sistemata al Grande Oriente. Oggi si sono svolti i funerali e, guarda caso, da quelle parti (dove abita, tra l’altro, anche il nostro ex Governatore) passeggiava, per digerire il pollo schidionato che aveva mangiato a pranzo con due chili di patatine fritte, il nostro mitico Ringrazio Deledda che ha assistito ad una scena veramente grandevole. È o no?

P.S. naturalmente, ricordo che Ringrazio esiste e non sono io!

 

 

Enfiteutico ed esoterico funerale nella Capitale del Mediterraneo.

 

Pioveva a casino sulla mitologica e grandevole Capitale del Mediterraneo, quando tutti quanti, de pressi, ne andavano dai frati mercenari a darne il penultimo saluto a uno dei più straordinariamente incalcolabili esseri umani che ne abbiano illuminato il mondo a faro dalla nostra ineguagliabile Kasteddu.  L’ultimo saluto glielo davano poi con tottu cussa bestimenta a quadretti, rombi, trapezi, cerchietti e pistilloni volanti che ne sono i simboli di questa associazione dei professori di aritmetica delle scuole medie di cui ne era stato su professori più importante per gli ultimi centosessant’anni. “Un’ode per l’uomo che fu parte della storia del mondo intero. Che cos’è morire se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole e che cos’è emettere l’estremo respiro se non discioglierlo al vento?”*. “Lo piange Kasteddu, lo piange la Sardegna, lo piange il Mondo, lo piange anche chi non lo conosceva e non lo aveva mai sentito nominare” e lo piangevano anche in cielo e infatti ne pioveva a secchiate e a pitali.   Tutte cose così ne scrivevano all’insuperabile giornale casteddaio che a lui lo vedeva come il più insuperabile maestro di tutti.   Però ne era accaduto anche un increscioso incidente di qualcuno che ne voleva rubare la scena.  Quando infatti tutti ne accorrevano, a gip e suv, currendi currendi sotto alla pioggia e dietro a su baullu, uno di questi ha pensato bene di sciopparsi tutto quanto a terra senza muoversi più.  I casteddai, che sono mitici anche per questo, però non si sono fatti distrarre da questo qui.   Cicci, Ninni, Poppi, Kikki, Chicca, Tetesa, Pupo, Gnazino, Sesetta e Dedde hanno allargato le braccia, che d’era bregungia.   Giusto calincunu, per educazione, si è avvicinato con paracqua sobri, grandi come mongolfiere e tutti colorati, mentre unu allicchiriu ci buttava sopra l’impermeabile di calincun’artru, che il suo altrimenti si sporcava.  I casteddai che passavano, però, furbi, non si distravano: salutavano a quello lì scioppato a terra, salutavano anche quelli a paracqua che ormai stavano lì, ma poi se ne andavano dentro alla chiesa, che d’erano venuti per altro, non per questa scena. Si avvicinava anche un generale dei vigili urbani con la radio che ha chiamato anche due autisti del pulmann, che lo aspettavano lì.  Però non lo hanno tolto a pulmann, come magari facevano da altre parti: dopo un po’ ne arrivava infatti anche un’ambulanza con tutti vestiti di rosso e tutte le luci.  Questi qui prima sembrava che non lo volevano prendere, che avevano altro da fare, poi alla fine ne è arrivata una che si muoveva tutta e aveva i capelli sciarpati tutti gialli e ha detto loro di muoversi perché li vuole comandare a tutti.   Per non sentirla, lo hanno preso, a quello scioppato a terra, lo hanno messo tutto legato in un lettino come solo a Kasteddu lo sanno fare per non farlo cadere di nuovo e lo hanno portato dentro all’ambulanza che fuori pioveva incalcolabilmente.  De pressi allora ne è venuto fuori de sa cresia uno tutto correndo con un cancioffo con tutti questi quadretti, rombi, pistilloni e tottu cussa burumballa e glielo ha messo sopra.   Allora quelli che erano lì ne dicevano che d’era un altro di quei professori di aritmetica che d’era invidioso di lui perché l’altro era sempre stato prima di lui, anche se lui ne era più bravo e sapeva fare anche le moltiplicazioni al contrario.  Da una finestra di lì vicino uno lungo lungo, magro, con gli occhiali ma pochi capelli, tottu bestìu nieddu nieddu, li guardava serio serio.   E se li frastimava tutti, Lui a loro?  Se ne scioppavano anche altri?   E’ o no?

 

                              Ringrazio Deledda

 

* la poesia è vera, composta dal nipote del Gran Maestro e pubblicata tra i necrologi di oggi su L’Unione Sarda.

 

Per capire meglio:

 

de pressi – in fretta;

mercenari – naturalmente, sono i frati mercedari;

Kasteddu – Cagliari;

tottu cussa bestimenta – con il loro abito o vestito buono della domenica, della prima comunione, dei matrimoni, dei funerali, appunto;

pistilloni – sono i gechi ma dubito che il Grande Oriente abbia pistilloni come simboli..o forse sì??

currendi currendi – correndo, ma correndo proprio tanto;

su baullu – la bara;

sciopparsi – in genere sono i foruncoli a sciopparsi, in questo caso, un partecipante è stramazzato al suolo;

che d’era bregungia – era una vergogna;

paracqua – anche detto paraculu, è l’ombrello;

unu allicchiriu – un signore pulito e lucidato a dovere, come si conviene in queste occasioni;

de sa cresia – dalla chiesa;

cancioffo – un canovaccio ma, in questo caso, un grembiule.

Anche su panèri ha il suo onore (ovvero, la giurisprudenza secondo Ringrazio Deledda).

28 giu

Sul monte, finalmente, torna la tastiera affilata come un trinciapollo di terza generazione, del più grande esponente del verismo sardo-del monte giraffesco, nonché autore di pregevoli ritratti di egue aspiranti veline (come si può notare nel disegno a sinistra). Stavolta, Ringrazio mostra, insieme all’acume kasteddaio, le sue doti di fine giurista, per illustrarci il contenuto e il significato di una recente sentenza, fondamentale per la tutela dei diritti civili de su paneri. Buona letturaJ

 

Giraffa, l’editora

 

P.S. per chi non ha studiato il sardo a scuola: su paneri è il fondoschiena, le egue sono le cavalle, nello specifico le giumente.

 

 

Anche su panèri ha il suo onore.

 

O accalloratissimo pubblico della TV della Giraffa, ne è necessario darvene una notizia che è di interesse supremamente mondiale.  Una di quelle cose che ve ne possono cambiare la vita da così a così, mica callonate che volano a vento.     Debbora Cogotti e Kattiuscia Ena, che vivono a piazza Medaglia Miracolosa, sono due egue felici di esserlo e vanno sempre in cerca di storie con uno ricco, che così si sistemano, hanno già detto che lo devono fare pure loro, che così si vendicano pure de tottu cusse bucca purescia di amiche che hanno.     Ora anche il Tribunale l’ha detto che pure il culotto ne ha il suo onore e nessuno lo può offendere, a lui.    Ma proprio nessuno, nemmeno Ginetto su scimpr’e Pirri, che tutti lo sanno che è scemo e parla a vanvera.  Si, appropriatamente il culo, su panèri, proprio quello lì.   Ne dovete sapere infatti che Bonarina Sesselego, nota Bonnary, ne andava sempre fiera del suo, di culotto.  E anche la mamma e pure il babbo.   La sorella, Ioannah, proprio con la h finale che se non la metti se ne gira a frullatore, invece meno che d’era invidiosa, che ce ne erano vagoni di pischelli dietro, a su cunn’e sorri de issa.   Bonnary, scortata alla mamma, ne era anche andata a fare il provino a farne la velina a Striscia la notizia, proprio come a Melassa Satta e a Betta Canale.   Ne è andato così bene il provino che le hanno detto che ha proprio una bellissima bassa espressione, che ne balla come la Stuzziker e che quindi la chiameranno presto a farle sapere.   E lei e sa mamma ne erano appropriatamente felici comenti sa pasca manna.   Ma da allora, proprio a un tratto, gliene sono iniziati ad arrivare sms a su telefoninu come se piovesse!   E tutte cose brutte!  Cose che ne dicevano: “ma dove vai se hai il culo piatto?” oppure “ma non te ne sei vista allo specchio che ne hai una portaerei al posto del sedere?” o anche “sei preoccupata perché non trovi i bermuda? Non te ne preoccupare che te ne presto un mio lenzuolo”.    Bonnary ne era diventata troppo triste e non credeva nemmeno più in se stessa e la mamma allora ne aveva detto: “O Bonnary, tesoro della tua mamma, non esserne triste, a mamma, che la facciamo pagare tutta l’invidia a questa madraffa mala!   Che si capiva bene che d’era una troppo invidiosa che la parlava male a telefonino.  Così era andata alla Questura e ne aveva parlato con l’ispettore Gargiulo che ne aveva incaricato l’agente scelto Gianginetto Vacca, noto Giangi, burdo al punto giusto per risolverne un caso complicato e di spessore, tanto da farne anche a fette, la tensione.   E l’agente scelto Giangi Vacca ne aveva subito messo gli occhi alla grande virtù di Bonnary, se ne era quasi commosso, e ne aveva messo sotto controllo 400 mila telefoni di tutta Kasteddu e area coloniale della grandiosa capitale del Mediterraneo, che ce la invidiano anche a Parigi, che non ha nemmeno il Mediterraneo.  E alla fine, come cercandone un cane nel pagliaio, Giangi l’aveva trovato, il telefonino della madraffa indigna che le mandava i sms a offenderla!   E ne avevano scoperto che era stata Gessica, che ne era grande amica sua e anche compagna di scuola all’Artistico, che ora ne faceva la commessa all’Upim.   Gessica ne era troppo invidiosa perché a lei al provino le avevano detto che non aveva le tette abbastanza grosse e non faceva a mandarla in TV. Eppure si era messa anche il reggiseno finto fatto a cotone dentro!   Ora l’avevano portata dal giudice del Tribunale che aveva detto che non poteva offenderla al culotto, che la legge lo vietava e poi non stava nemmeno bene.   Bonnary era tutta contenta e Gessica prometteva ogni tre parole al giudice che non lo faceva più, che d’era troppo dispiaciuta e, in fondo, c’erano sederi molto peggio di quelli di Bonnary.     Giangi, che ne era sempre più commosso della virtù di Bonnary, se ne era commosso il doppio di quella di Gessica ora così sfortunata.  Il giudice diceva che la condannava perché non si poteva fare appropriatamente in modo diverso, ma l’agente scelto Giangi Vacca aveva detto a Gessica che ci avrebbe messo lui una buona parola e che la accompagnava anche a casa, così le spiegava bene bene che cosa si poteva fare.    E così se ne speravano tutti che ne finiva bene.   Anche po su panèri, che anche lui ne ha il suo onore, è o no ?

 

                          Ringrazio Deledda

Lettera aperta al sindaco di Kasteddu.

3 giu

Ringrazio Deledda è preoccupato. Il nostro sensibile autore cagliaritano, è preoccupato per la sua città, Kasteddu, purtroppo a rischio di spopolamento, a causa della vile dichiarazione di guerra fatta dai feudatari dei paesi vicini, a mezzo di patate… Buona letturaJ

 

 

O sindaco, dattene una mossa a difendere Kasteddu!

 

Una drammatica, immane e immonda tragedia ne sta per colpire Kasteddu, la nostra mitologica capitale del Mediterraneo!    Tutti ce la invidiano e giàllo sapevamo, perché nessuna città d’ogna parti ne può avvere quello che Kasteddu ne ha già.  E fanno di tutto a imitarcela anche se non fà.  Soprattutto quelle città che ne soffrono troppo di complessi che sono inferiori.  E già non parlo mica di  San Gavino, che ne ha solo su scallatoriu, non ne parlo certo di Orroli che non ha nemmeno quello e nemmeno di Sassari che ogni anno con un caldo che si crepa ne fà scendere portandoli a braccia ceri enormi alla Madonna per cercare di fare la grazia, a loro, di avvicinarsi a Kasteddu.  Inutile, tanto non fà a farlo.     

E’ ora di dirlo e si deve dire a cussu Sindugu facc’e pruppu che ne deve difendere Kasteddu da cussa bidda mala pèrdia di Quartu!     

E da questa TV della Giraffa dove se ne fanno inchieste giornalaie imperdibili e non c’è un programma a minch’e cani manco a pagarlo, che se ne deve fare una crociata, una bregùngia a questi di Quartu.     Ne copiano tutto per farsi comenti a Kasteddu!         Ci sono buche nelle strade Kasteddaie?    Le fanno pure loro anche se buche nelle strade come se ne aprono innoi non se ne aprono da nessuna parte!     Manca l’acqua a Santa Teresa di Pirri?   Subito a Quartu ne fanno saltare tutta la condotta di Flumini e la fanno inquinare comenti sa coa pudexia!        Ginetto su scimpru prende a zerriu cussa bogina che ne sta al Comune con i capelli gialli sciarpati e che crede di comandare a tutti (e non me ne ricordo mai come si chiama)?       Subito a Quartu ne prendono vigili urbani, ambulanza, giornalai e totta sa burrumballa de aicci per metterne un ambulante prima a multa e poi legato fra i pazzi.  Marrani, e tanto non lo sanno fare perché solo a Kasteddu lo sanno morire bene bene.    Insomma, cercano di imitarne tutto di Kasteddu per farlo pure loro, così anche da portarne via gli abitanti facendo vedere che Quartu non è una bidda – come che d’è – ma è una vera città appropriatamente.   

Ma ora ne hanno inventata una che proprio non fà a dirlo.    Una cosa tanto burda e malvagia che proprio per questo può funzionargli, a loro.   Deve esserne stato proprio un bogino a suggerirla, a loro, che loro da soli non se la pensavano.  Oppure dopo che il carro della festa di San Luca, a Flumini, ormai è pieno solo di pippialla, che più grandi vergini ce n’è solo a segno zodiacale, ne hanno pensato di farne una fiera, a superarne quella di Kasteddu, dove ne sono andati in trecentomila!  Ne fanno nei prossimi giorni una festa alla patata che ne farà venire gente d’ogna parti!      Non solo la fanno vedere e toccare, ma la fanno anche prendere proprio!   Ce ne sono i manifesti anche a Kasteddu: “PataQuartu – festa alla patata di Quartu – degustazioni libere e su prenotazione – la patata elemento di valore del territorio”.   E certo che se ne devono prenotare: ne andrà sicuramente cascioni e vagoni di gente!     La danno aggratis e a tutti!   

O su Sindigu, ne devi fare qualcosa a difenderne Kasteddu!      Mancu malisi a cercarne con l’onorevole Concu e calincun’artru malu qualche decina di burdi a picchiarli e poi a far venire la polizia a buttarne per aria la festa alla patata: pagandoli bene, si può e l’ispettore Gargiulo con l’agente Gianginetto Vacca e due volanti ne possono sistemare tutto.   Poi dove se ne portano le patate sono affari di loro, basta che non le diano agli zingari e ai negri (ma non gliele danno che tanto non pagano).     Ci vogliono maniere forti, che certo non basta a pagare un cascione di egue con un’arrostita di pesce aggratis a Giorgino!    O su Sindigu, a Kasteddu la devi difendere, è o no?

 

Ringrazio Deledda

(a nome di milioni di Kasteddai furenti e preoccupati)

Palme al vento.

15 mag

Anche Ringrazio trasloca..

Sul monte si fa letteratura, anche di grande spessore. Il racconto, intenso e intriso di realismo, Palme al vento di Ringrazio Deledda né è un esempio. L’autore pensa di proporre la storia ad un regista italiano, ha già scelto i protagonisti, perciò, attenzione, potreste trovarlo presto nelle migliori sale. Buona lettura! J

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Palme al vento

 

Questa è una storia di ineguagliabile amore nel popolo, con due personaggi nel popolo.    Efisia, che d’era una casalinga inquieta e inquietante che mangiava le telenovelas e non ne poteva più del marito che si divorava i ravioli a scivedde intere e ruttava, e Daniello, il postino che riforniva di posta tutto il quartiere di Sant’Arennera.    La sua mamma lo aveva chiamato così perché la padrona di casa dove andava a ore ci aveva una figlia bellissima che si chiamava Daniela.  A lei ci era nato un figlio ma il nome gli piaceva troppo e lo aveva chiamato così.     Il babbo invece si era incazzato come un drago che diceva che d’era un nome da caghino.      Il loro idillio era nato come un uovo in incubatrice e alla fine era esploso a fuochi di artificio.  Uno spettacolo ed era anche un idillio.                      Daniello, che suonava il citofono da fuori il cortile, non si avvicinava e gridava “Postaaaa !!!”   Non si avvicinava perché nel cortile girava un cane nero di un’enormità esagerata che bavava e aveva un sacco di denti grandi.   Nel quartiere si diceva che una volta il padrone, che d’era un pazzo esaltato per i cani e che guidava un’apixedda col turbo a fare i trasporti per 50 euro, ci aveva fatto sbranare uno nieddu nieddu che gli aveva cercato la sorella bagassa.      Daniello di quel cane ci aveva paura e non ci entrava nel cortile manco pagato.       Ma Efisia lo guardava sempre dal balcone e Daniello si metteva vicino alle palme grandi di fuori del cortile, alla strada.     Daniello la guardava sempre con gli occhi torbidi, così torbidi che sembrava appena uscito da ubriaco perso.    Efisia ci mancava quasi il respiro se lo vedeva.     Loro si volevano aggregare con passione da molto, ma questo bogino di cane non se ne andava mai, sempre a girare nel cortile, arrodu coddidi !      Alla fine però era arrivato anche marzo, che si sa che ci porta anche più vento del solito.   C’era proprio vento a casino, che soffiava.   A Daniello ci stava anche per volare il berretto delle poste.    Efisia lo guardava sempre e aveva un sacco di desideri più torbidi degli occhi di Daniello.     Il cane si era ammalato per il vento e gli era venuta la tosse canina: su meri  lo aveva tenuto a casa con la coperta.     Così Daniello finalmente era entrato nel cortile e aveva citofonato a Efisia per salirne.   Efisia si era tutta ingiogazzata e se n’era uscita sul balcone, a vederlo.     Tutto all’improvviso il vento aveva fatto un soffio più forte e ne erano volate un sacco di foglie delle palme e tre la avevano prenciata per bene, a badile, in faccia.   Gridando come un’ossessa, Efisia se n’era caduta di sotto nel cortile e si era proprio ammazzata !     Daniello si era messo a gridare come uno scemo, disperato.    Tutti si erano affacciati e se ne erano scesi in strada.   Il cane, allora, con tutto questo casino a manetta, ci aveva buttato via la coperta e era uscito fuori pure lui: quando aveva visto Daniello lo aveva sbranato a pezzi, con quello che gridava.   Nessuno era intervenuto a portarlo via per non farsi mordere dal cane, ma tutti gridavano “Tarrori !   Tarrori !  Sinci pappanta a cussu scimpru !”     Ne era uscita proprio una tragedia e se ne erano venuti anche i vigili urbani e l’ambulanza, ma che ormai era tardi.      Una vera tragedia piena di amore e sangue che verrebbe bene anche al cinema.   Ci si dovrebbero mettere questi attori: Diego Abatantuono a fare Daniello, Letizia Casta o Monica Bellucci a fare Efisia e Scamarcio a fare il cane nero.  Poi De Sica a fare il capo dei vigili urbani e Alvaro Vitali a fare il padrone del cane.    Ci verrebbe fuori un successo più che planetario !

 

Ringrazio Deledda

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.