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Problemi di fame.

16 nov

A Roma, in questi giorni, i più grandi cabarettisti (ops, scusate, rappresentanti degli Stati) del mondo si riuniscono per affrontare il problema della Fame nel mondo, quella specie di entità oscura della quale tutti i potenti si preoccupano ma che solo (solo) qualche milione di persone conosce bene da vicino. Si dovrebbe parlare di quella fame che brucia lo stomaco, fa prosciugare l’organismo e porta alla morte in molte parti del mondo ma, conoscendo le sensibilità dei nostri rappresentanti, è facile immaginare che la fame messa all’ordine del giorno sarà un’altra e riguarderà, presumibilmente, quel cibo che ha un bel paio di gambe lunghe e misure adatte a sfamare tutti gli appetiti. Il primo a manifestare i primi segni di morsi al basso ventre è, incredibilmente, uno dei personaggi più morigerati e pacati della storia mondiale degli ultimi quarant’anni: Muammar Gheddafi, soave dittatore accolto con grandi onori ovunque si sposti. Ebbene, il Soave, assai dispiaciuto ma rassegnato all’idea di non poter risolvere il problema della Fame nel mondo, ha pensato di affrontare la sua fame di cultura cercando  “500 ragazze piacevoli, tra i 18 e i 35 anni, alte almeno un me­tro e 70, ben vestite ma, rigoro­samente, non in minigonna o scollate” per “avere alcuni scambi di opinione e donare omaggi libici”, si sa che le donne tra i  18 e i 35 anni alte almeno 1 metro e 70 sono le uniche in grado di affrontare seri scambi di opinione, su qualunque argomento, per non parlare di quelle alte 1 metro e 75 o 1, 80. Lo scambio di opinioni ha riguardato la conversione delle ragazze all’islam, basata su argomenti molto profondi e convincenti quali, per esempio, la clamorosa rivelazione del più grande bluff della storia dei tempi: la persona morta in seguito alla crocifissione non era Gesù ma un suo sosia. In effetti, l’argomento è convincente, soprattutto perché proviene da una persona che di queste cose se ne intende, essendo l’unico caso di “effetto Dorian Gray” tra esseri umani, infatti, da qualche parte nel mondo, in Svizzera o nel deserto, dev’essere senz’altro conservato un gemello di Gheddafi che, avendo fatto un patto col diavolo, rimane sempre giovane mentre il gemello pubblico manifesta in ogni modo possibile i segni del decadimento fisico, mentale e, soprattutto, ormonale. Comunque, l’interessante scambio di opinioni (somigliante ad una selezione di future giovani spose, visto che l’islam ammette la poligamia) ha prodotto risultati positivi per il Soave, visto che alcune donzelle hanno deciso di convertirsi all’islam dopo solo qualche ora di catechismo, evidentemente, il nostro (anzi, il loro, per fortuna) sa dove cercare. E pensare che mi mancava solo 1 cm. .

L’ora dell’integrazione.

19 ott

Integrazione, integrazione, integrazione. La parolina magica che giustifica tutte le idee fantasiose è, in questo periodo, “integrazione”, in particolare quella di chi segue la religione islamica nell’ambito di una società prevalentemente di religione cattolica e, soprattutto, prevalentemente indifferente alle questioni religiose. Dunque, immagino che la proposta del vice ministro allo Sviluppo economico, nasca dalla considerazione del fatto che i casi di intolleranza nei confronti di persone seguaci dell’islam sia legata alla mancata conoscenza di quella religione e il modo migliore per creare una società tollerante è quella di educarla attraverso la conoscenza, ossia l’insegnamento di quella religione. D’accordo, la conoscenza aiuta la tolleranza. Però. Però, a parte il fatto che i bambini e i ragazzini si annoiano da morire a stare imbullonati alla sedia mentre ascoltano i vari precetti e la storia delle religioni, sappiamo tutti come andava l’ora di religione a scuola, seguendo questo ragionamento, in pratica, a scuola ci dovrebbe essere anche un’ora di ebraismo, di omosessualità, di transessualità, di studio delle razze, studio dell’handicap fisico e/o mentale, e via dicendo, per favorire l’integrazione e combattere l’intolleranza. In realtà, secondo il mio modesto parere, sarebbe molto più utile l’ora della merenda, una partita di calcetto, una gita e attività extra scolastiche per conoscersi, parlarsi, dialogare, scoprire di avere magari più cose in comune di quello che dicono in televisione o di quello che dice il vicino di casa. E sarebbe molto più utile insegnare a tutti, tutti i cittadini italiani, a partire dall’asilo, la nostra Costituzione, cosa significa per esempio avere pari dignità sociale ed essere eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di condizioni personali e sociali, sapere che esiste un pezzo di carta che garantisce quel principio e nessuno ce lo può togliere, sapere che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica, sociale del Paese. Sapere che queste cose sono già state pensate, scritte, garantite, per tutti, cattolici, musulmani, ebrei, omosessuali, bianchi, verdi, blu, neri, uomini, donne, bambini, sapere e farle entrare nel cervellino, farle diventare parte del proprio bagaglio umano, morale, culturale, sociale, dopo, si può anche sapere quando inizia il ramadan o quali sono i cibi kasher.

Tricolore verde islam.

1 set

Il motto del nostro capo del governo, l’abbiamo capito, è “esserci a tutti i costi”, come le bambine che vogliono a tutti i costi  presenziare ai compleanni di tutte le bambine della scuola, perché è segno di popolarità, è segno di grande simpatia, e rassicura la loro vanità. Ecco, io non ero una di quelle bambine e non lo sono diventata e, detto francamente, a me delle manie di protagonismo del mio capo del governo non me frega un fico secco e non me frega niente se, avendo perso completamente la sua dignità, vuole pranzare insieme al capo dei pirati somali, alla tavola di un dittatore, è libero di farlo, di portarselo a casa sua e offrirgli in dono tutte le escort, le smart e le ibiza che vuole, l’importante è che non lo faccia a mio nome.

Allora, probabilmente, si è capito che, pur essendo un animale libero e selvaggio, io alla nostra Nazione ci tengo parecchio, tengo alla nostra unità, tengo ai valori che ci hanno tramandato i nostri nonni, libertà, solidarietà, uguaglianza, democrazia (e molti altri) e credo che il popolo italiano abbia diritto di far conoscere e far valere quei valori nel resto del mondo, senza compromessi. Su certe cose, non si può mercanteggiare, come nel mercatino rionale, semplicemente perché certe cose non sono in vendita, non possono essere scambiate e tra quelle cose ci sono i valori che ci hanno tramandato, c’è anche l’orgoglio di una nazione, e nessun capo di governo dovrebbe essere autorizzato a vendere quei valori in nome del popolo che lo ha votato. Nessun governo dovrebbe costringere i nostri militari, che rappresentano l’Italia nel mondo, ad esibirsi per un uomo che non conosce nemmeno lontanamente gli ideali per i quali hanno combattuto i nostri nonni e le nostre nonne, e quei militari non dovrebbero nemmeno ricevere l’invito del dittatore a mettere da parte la bandiera italiana per far posto ad un bel verde islam, come hanno fatto i colonnelli libici con le Frecce Tricolore. Eppure, la Wanda Osiris, la diva, la star che abbiamo al governo è riuscito a fare anche questo, senza alcuna dignità, soltanto la fermezza dei militari e l’intervento del ministro La Russa potrà evitare un’islamizzazione delle Frecce.

Sono contraria alla presenza dell’Italia in Libia, per i festeggiamenti in onore di Gheddafi, lo voglio dire, voglio che si sappia che il mio primo ministro ha deciso di rappresentarmi accanto ad un dittatore ma non mi rappresenta affatto; voglio che si sappia che quando lui prenderà posto accanto al capo dei pirati, invitato d’onore alle celebrazioni, ci sarà un’italiana che non approverà, e forse ce ne saranno anche altri, voglio che si sappia, perché il silenzio è il miglior amico dei dittatori.

 P.S. il processo di pacificazione del precedente post è momentaneamente sospeso :-D

Il burqa in piscina.

19 ago

x-burkiniHo letto la notizia della donna che in una piscina di Verona è stata oggetto di critiche perché indossava il burquini. lo dico molto sinceramente, la prima reazione che ho avuto, sia nel vedere il burqini sia nell’atteggiamento delle mamme che invocavano la sensibilità dei figli, è stata di fastidio, sopratutto per l’ipocrisia con la quale si tratta l’argomento: da una parte, si definisce costume da bagno un indumento che, a guardarlo bene, sembra semplicemente un completo pantalone – casacca, dall’altro si usano i bambini per giustificare il fastidio che provano gli adulti alla vista di un burqa in formato piscina. A noi, cittadini non musulmani, a qualunque religione apparteniamo (diversa dall’islam) non è consentito tuffarci in piscina con indosso jeans e maglietta che possono essere utilizzati anche fuori dalla piscina, saremmo immediatamente ripresi dai gestori senza timore, per questi ultimi, di essere accusati di razzismo o intolleranza, perché, in nome di uno strano concetto di tolleranza questo deve essere accettato se deriva da una fede religiosa? Dove sta la tolleranza in questo? Si è paragonato il burquini ai costumi indossati dagli atleti e, sinceramente, anche questa mi sembra una forzatura ipocrita, usata per essere tollerantisti (sì, va be’, è un mio neologismo: tolleranti + ipocriti + buonisti) a tutti i costi: se così fosse, se i due costumi fossero veramente uguali, le donne islamiche non avrebbero alcun problema ad indossare il costume della Pellegrini, o non sarebbero costrette a farlo, o no? Credo che tutti abbiano diritto di andare in piscina e farsi un bagno per rinfrescarsi o giocare con i propri figli, ma è possibile parlarsi e trovare una soluzione equilibrata, senza inutili ipocrisie, senza provocazioni, e con un briciolo di intelligenza e senso pratico? Troppe domande, in questo post, lo so, e poche risposte ma, come ho scritto tante volte, quella dell’integrazione è una questione così delicata e complessa che non può essere risolta senza un dialogo aperto, sincero e onesto.

In questo dialogo, poi, qualcuno mi può spiegare dove sta scritto, nel Corano, che le donne devono essere completamente coperte? Perché io ho trovato il verso 59 della sura XXXIII che dice una cosa diversa: “…Oh Profeta! Di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e che non vengano offese…”, l’obbligo di indossare un mantello integrale mi sembra una libera interpretazione maschilista ma se qualcuno ha una spiegazione diversa, sarò ben lieta di leggerla.

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Lo sciopero del topless.

23 lug

Qualche settimana fa, mentre prendevo il sole in spiaggia, spaparanzata con il mio bikini, si è avvicinato un signore pakistano, avrà avuto cinquant’anni più o meno, che vendeva collane, bracciali, ninnoli, le solite cose, e abbiamo scambiato qualche battuta, una breve, normalissima chiacchierata tra venditore e potenziale cliente, come mi è sempre capitato di fare. Però, rispetto agli anni scorsi, ho notato una differenza, che riguarda il mio cervello: per un attimo, quando lo sguardo dell’uomo si è soffermato un po’ di più sul “pezzo di sopra”, mi sono infastidita, cosa mai successa prima, poiché mi sembra normale che un corpo svestito attiri l’attenzione di chiunque, maschio o femmina che sia, ma quel giorno, quello sguardo mi ha dato fastidio, perché, da un lato, ho pensato che sarebbe stato meglio coprirmi, perché quell’uomo poteva essere un musulmano integralista e non gradire, dall’altro lato, invece, ho pensato, molto brutalmente, “ecchecavolo, vorreste coprire tutte le donne e poi fate cadere le palle degli occhi su un po’ di pelle scoperta!”. Insomma, mi sono sentita una troglodita razzista. Io, che molti anni fa (prima delle nuove guerre sante) durante un viaggio in Tunisia, insieme ad un’altra donna, ho accettato l’invito di un negoziante a bere un tè alla menta nel retrobottega della sua rivendita di tappeti, senza alcun timore, ed è stato il tè alla menta più buono di tutta la mia vita. In pratica, il mio stesso fastidio mi ha infastidito, perché voglio continuare a avere un atteggiamento libero, aperto e curioso nei confronti degli esseri umani. Poi, ho letto una notizia che arriva dalla Svezia: a Malmö, regno della libertà sessuale, le donne fanno lo sciopero del topless, per protestare contro la proposta di vietare proprio il topless nelle piscine pubbliche, nel rispetto della comunità musulmana, sempre più numerosa. Mi ha rincuorato, pensare di essere ancora una donna occidentale più o meno normale ma, allo stesso tempo, credo sia sempre più urgente dialogare e raggiungere un “compromesso di civiltà” tra tutte le comunità, di qualunque religione, per mantenere la libertà ottenuta dalle donne con tanta fatica.

Usanze del mondo: Iran.

21 lug

Paese che vai, usanze che trovi. Ho letto da qualche parte che in Iran non è bello regalare fiori gialli, il dono sarebbe considerato un gesto di ostilità nei confronti della persona che lo riceve; se, invece, agli ospiti viene offerto un tè o un dolce, è buona pratica rifiutare e accettare solo dopo le insistenze del padrone di casa; i saluti tendono ad essere affettuosi, gli uomini baciano altri uomini e le donne baciano altre donne. Così ho letto, e mi piacerebbe molto scoprire quali sono le altre usanze di quel posto, ricco di storia, di cultura, di mistero (la cultura islamica non è il male assoluto, mi ha sempre affascinato molto e tra i viaggi più belli che ho fatto, ci sono senza dubbio quelli in Marocco e in Tunisia). Mi piacerebbe, veramente, visitare quei posti ma, oltre ai “disordini” di questi giorni, ci sono usanze (lo so che non è il termine adatto) intollerabili che, difficilmente, fanno venire la voglia di mettere in valigia l’entusiasmo e la voglia di conoscenza e lasciare a casa le perplessità. In Iran, esistono delle forze paramilitari chiamate basij oggi incaricate di garantire l’ordine pubblico (e noi italiani dovremmo riflettere bene prima di mandare semplici cittadini a garantire l’ordine e la sicurezza) e prendono ordini dai pasdaran ( i Guardiani della Rivoluzione Islamica) che almeno sono un corpo militare. In pratica, però, ‘sti basij, non essendo militari, non rispondono dei loro cattivi comportamenti, possono fare come gli pare, e lo fanno. Questa è la testimonianza di un ex basij, rilasciata al Jerusalem post in questi giorni:  

un miliziano basiji, uno dei paramilitari del regime degli ayatollah, ha raccontato di aver stuprato giovani condannate al patibolo, per aggirare il divieto islamico di giustiziare le donne, quando sono ancora vergini. In una scioccante intervista al “Jerusalem Post”, un membro delle milizie paramilitari che sono state in prima fila nei pestaggi e nelle repressioni delle proteste degli ultimi giorni a Teheran, ha raccontato l’agghiacciante ‘modus operandi’ del regime iraniano. L’uomo, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, ha raccontato che di essersi guadagnato, quando aveva appena 18 anni,”l’onore’ di sposare momentaneamente le giovani donne prima della condanna a morte”. “La notte prima dell’esecuzione -ha raccontato- viene organizzata la ‘cerimonia’: le ragazze vengono costrette ad avere un rapporto sessuale con uno dei secondini, di fatto vengono stuprate dal ‘marito’”. Guardando a ritroso agli eventi, l’uomo ha detto di provare rimorso “anche se i matrimoni erano legali”. “Le ragazze erano più terrorizzate dalla ‘notte di nozze’ che dall’esecuzione che le attendeva all’indomani. Si battevano con tutte le loro forze, e cosi’ dovevamo mettere il sonnifero nel cibo. L’indomani, avevano un’espressione attonita: era come se fossero pronte o volessero morire”. “Ricordo di averle sentite piangere e urlare dopo (che lo stupro) era avvenuto. Non dimenticherò mai una ragazza che si graffiò il viso e il collo con le unghie. Dopo era graffiata dappertutto“. Non so come gli esseri umani possano arrivare a simili livelli di crudeltà ma sono sicura che l’islam non c’entra nulla, perché è soltanto un pretesto per dare sfogo alla malvagità degli uomini. L’Iran, per ora, può attendere.

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