Se la cosa non fosse successa realmente, sarebbe stato l’inizio di un film di De Sica, ne sono certa, oppure una puntata della mitica serie “Ai confini della realtà”, due cose totalmente diverse, lo so, però trattandosi di una scena reale ma anche un po’ fantascientifica, non saprei cosa scegliere, per questo cortometraggio.
Ciak si gira!
L’ambientazione è quella classica del neorealismo del monte: il supermercato Conad, nella tarda mattinata di un giorno qualunque, di un mese qualunque, di una qualunque città italiana. La telecamera punta su una giraffa qualunque che si dirige verso una delle tre casse del supermercato, impugnando mestamente il suo cestino di plastica rosso, con il manico nero, riempito con le “parigine” per la colazione, i cetrioli, lo yogurt, il prosciutto crudo pepato di Fonni. L’obiettivo indugia sul suo sguardo mesto e distratto, non particolarmente sveglio mentre la giraffa qualunque prosegue verso la cassa laterale destra, quella vicina alle confezioni dell’acqua, fa la fila e, finalmente, poggia il cestino sulla cassa, lo svuota del contenuto, prima i cornetti per la colazione, i cetrioli, lo yogurt, il prosciutto e poi lo ripone nello spazio sotto la cassa, com’è consuetudine in quello ed in altri mille supermercati italiani, com’è richiesto dalle stesse cassiere. A quel punto, alle spalle della giraffa qualunque, si sente una voce stridula che urla “non si mette lì! Disturba!” e l’inquadratura si sposta sul viso stravolto di una donna che avrà avuto forse 65 anni, con i capelli corti cotonati, tinti con un bel nero pece, un maglione rosso, una gonna da signora che ha poco tempo da perdere con lo shopping ed un marito abbinato alla gonna, triste e rassegnato. La telecamera indugia su quel viso stravolto, poi passa di nuovo alla giraffa qualunque, la quale è passata dall’aria mesta allo sguardo sorpreso, e inquadra la cassiera altrettanto sorpresa ma divertita, lei non sa che non c’è spazio per il divertimento in quella mattina qualunque, l’onta del cestino andrebbe lavata col sangue, e la signora in rosso va su tutte le furie, perciò mentre la giraffa le fa notare che “signora, il cestino è sotto, non disturba”, lei continua con un tono della voce sempre più alto “disturba!” mentre il marito, come la gonna, non fa una piega e volge lo sguardo verso l’infinito, la giraffa prova a calmare gli animi “signora, provo a metterlo più in fondo” e la donna, con uno sguardo da serial killer che trattiene la rabbia a stento, si avvicina alla giraffa e le strappa con una certa foga il cestino dalla mano per buttarlo vicino alle confezioni dell’acqua. A questo punto, la telecamera si ferma sul cestino rosso che giace accanto all’acqua Boschetta, triste, solo, abbandonato ma, nel silenzio totale e pure surreale, si ode la voce della cassiera “signora, ma cosa sta facendo? Lì disturba, scarichiamo la merce!” e, vista lo sguardo da T.S.O., esce dalla cassa e consegna il cestino alla giraffa qualunque perché lo sistemi nuovamente sotto la cassa, si scambiano uno sguardo sconcertato “ha la carta Conad?”, “no, l’ho dimenticata ma non importa, quant’è?”. Finale aperto. Titoli di coda.
Se qualcuno cercasse di capire il tuo sguardo
Ci sono scrittori e registi che hanno fatto la loro fortuna proponendo fantasiosi viaggi nel tempo, in terre misteriose e lontane, con fantastiche creature dalle forme bizzarre e mi sono spesso chiesta se abbiano mai avuto la fortuna di vedere con i propri occhi e toccare con mano pezzi di preistoria. Eh, sì, perchè talvolta, per fare un viaggio nel tempo, è sufficiente prendere l’auto, il treno, l’aereo e arrivare in luoghi dove si raccontano storie lunghe milioni di anni e dove gli abitanti hanno lo stesso carattere fiero e indomito delle origini. In Sardegna non è difficile fare simili viaggi nel tempo e, recentemente, ho avuto la fortuna di calpestare una terra vecchia di almeno 20 milioni di anni, la
Io sono una giraffa. Lo scrivo, perché, a volte, accadono cose che fanno vacillare tutte le convinzioni di una vita. Io sono una giraffa, faccio cose da giraffa, ho il collo lungo, le corna pelose, lo zoccolo duro, la coda lunga, sono una giraffa, eppure… Stamattina, dopo tanto tempo, sono andata in un luogo che ho sempre chiamato “la giungla”, per l’alta concentrazione di bestie feroci e la (quasi) totale assenza di regole, pur essendo il regno dell’applicazione della legge, un posto anche chiamato “mar degli squali” per una serie di somiglianze tra gli esseri umani che lo popolano e i simpatici animali abitanti degli oceani. Si tratta di un luogo dove si possono osservare diversi casi umani e dove, solitamente, la gente che non sia imparentata con gli squali non ama recarsi e dove, con mio grandissimo stupore, nella mia veste di “operatrice della giungla” non mi sono mai sentita né a disagio né fuori posto, nonostante fossi l’ultima ruota del carro e nonostante l’inesperienza, probabilmente perché ho avuto un “capo squalo” formidabile, che mi spediva a rappresentarlo nelle lotte tra bestie giunglesche senza alcun timore, facendo in modo che nemmeno io avessi paura di affrontare quelle bestie, pur essendo una 
